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THE LEGION
La black metal band svedese fondata dal drummer dei Marduk Emil Dragutinovic
ha proposto una mezz’ora di black metal veloce, proprio sulla falsariga della
formazione guidata da Morgan Hakansson. Sono stati estratti brani da entrambi
i lavori pubblicati: maggiormente death e più efficaci (ma anche più belli) i
pezzi del primo album, ma buoni anche gli estratti dall’ultimo “Revocation”, “Horror
Vacui” su tutte. Onesti mestieranti del black metal veloce, ma niente di più.
DISIPLIN
Aprono la giornata sul palco principale i Disiplin, band italo-norvegese. La
proposta del combo è un black non velocissimo e soprattutto non troppo rozzo,
ma comunque d’impatto e con forti influenze thrash. Il sound è ben prodotto ma,
allo stesso tempo, strizza l’occhio al vecchio raw black metal. I nostri hanno
proposto brani da entrambi gli album pubblicati, toccando l'apice con l’esecuzione
della thrashy “Orthodox Devil Worship”. C'è però da dire che, nei pezzi veloci,
il batterista, il nostrano percussionista dei Fog, ha arrancato un po’. Una prova
tuttavia molto seguita dalla folla della Rockfeller hall, avida di black metal.
MYRKSKOG
Il death metal del combo norvegese non attecchisce in Norvegia. Se il primo album
era più coinvolgente per via delle numerose partiture black metal, oggi i tre
norvegesi sembrano una copia dei Morbid Angel e, soprattutto, degli Hate Eternal.
Canzoni che filano via tutte uguali con i tempi di batteria velocissimi e la voce
cavernosa del singer. Oltretutto il death metal, proprio come genere, non ha seguito
da queste parti, potete quindi ben comprendere il risultato finale della live
performance dei nostri. Una band che ha perso la propria personalità rispetto
agli esordi: brava tecnicamente, ma la cui proposta non regge il confronto con
quella di chi di death metal ci vive da anni.
FACE DOWN
Tornato alla base dopo l’esperienza con i The Haunted, Marko Aro ha ripreso a
devastare i palchi europei con questa band che ha tutte le carte in regola per
scatenare un feroce headbanging. E anche qui, nella sala Jhon Dee, ha amntenuto
le promesse. La band ha di recente ulteriormente virato verso lidi thrash, anche
se è rimasto nelle loro composizioni quel tocco hardcore che dal vivo produce
sfracelli. Nel festival del black metal, una mezz’ora di puro massacro nel pit
ci voleva proprio. Ottima prova dei quattro svedesi di Stoccolma.
WITCHCRAFT
Be', quando sul palco principale si susseguono artisti come Myrkskog, Disiplin
(solo per restare al sabato, ma ne ce sarebbero molti altri), e questa band riesce
comunque a fare il pienone sul palco del Jhon Dee, allora significa che merita
attenzione. Se poi consideriamo che sua maestà Lee Dorrian ed anche il suo bassista
hanno assistito alla prova dei Witchcraft fino a dieci minuti prima di iniziare
il proprio show con i Cathedral, allora si capisce che questi ragazzi hanno stoffa.
Un tuffo negli anni Settanta. Black Sabbath, Led Zeppelin e Pentagram, queste
le influenze della band, che trovano riscontro nei bellissimi brani, tutti estratti
dai loro due lavori. Entusiasmo alle stelle per una formazione che ha stra-convinto
e, per quaranta minuti abbondanti, ha fatto dimenticare black metal, death metal
e quant’altro. Tutto nacque qui, d’altronde.
BOLT THROWER
La prima volta degli inglesi in Norvegia si tramuta in trionfo. Il tripudio riservato
alla band è stato di quelli che non si dimenticano. L’inizio dello show ha lasciato
subito il segno: “At First Light”, seguita da “Entreched”... un uno-due micidiale
che ha scatenato i presenti. In Italia il pit sarebbe stato assolutamente devastante,
qui la gente gradisce ma non si muove più di tanto, tranne gli stranieri. Comunque,
il quintetto ha poi sciorinato i classici del repertorio: la richiestissima "Cenotaph",
seguita da “The IVth crusade”, “For Victory” - il cui break centrale ha mandato
in estasi i fan - e la stupenda “Mercenary”. Quaranta minuti di concerto appena,
salvo poi tornare sullo stage per il bis finale con “The Cannon Fades”, estratta
dall’ultimo, ottimo, “Those Once Loyal”. Gli inglesi hanno avuto dei suoni perfetti,
su tutti la chitarra che scolpiva riff coadiuvata da un drumming di una incisività
martellante. Potenza pura... e poi tutti al bar a bere birra con Karl Willets,
disponibilissimo.


MARDUK
Risorti a nuova vita dopo il cambio del vocalist, gli svedesi, alfieri del black
metal tutto blast beat, hanno fornito la solita, buona prova. Tutti conoscono
la potenza che sprigiona la band in sede live: la setlist questa volta ha proposto
anche vecchi brani come “Wolves” e “The Black”, mentre dall’ultimo lavoro sono
state eseguite “Seven Angels Seven Trumpets", “The Hangman of Prague” (brano d’apertura)
e "Throne Of Rats". Perfette le esecuzioni di "Slay The Nazarene", da “Nightwing”
e di “Panzer Division Marduk”, mentre, ahinoi, sono mancate canzoni da “Heaven
Shall Burn...” e dal classico “Opus Nocturne”, il masterpiece della band, per
quanto ci riguarda.
CATHEDRAL
I dominatori della giornata assieme ai Bolt Thrower. Un Lee Dorrian in gran forma
ha tenuto il palco per un'ora e venti minuti proponendo i classici della band,
una vera istituzione in ambito doom. Due brani estratti da “Forest of Equilibrium”,
il capolavoro della band, ma ottime anche le esecuzioni live dei pezzi dal nuovo,
bellissimo album. “The Tree Of Lifes And Death”, la lunghissima “The Garden” (comunque
tagliata) e poi ancora le fantastiche “North Berwick Witch Trials” e “Corpsecycle”,
vero inno della serata grazie al suo coro cantato a squarciagola dai presenti.
Le prime file del pit erano preda dei fan incalliti della band, tra cui molti
inglesi e anche molta gente in età avanzata, a testimoniare l’importanza storica
dei quattro. Il loro groove è un elemento che dal vivo viene accentuato ancora
di più rispetto agli studio album: ottimo in tal senso il lavoro del chitarrista,
sulle cui note l’ex Napalm Death Dorrian si dimena usando alla perfezione tutto
il suo corpo. Veramente una gran prova per questa band, che ha fatto proseliti:
da headliner, ha chiuso l’edizione del festival e ha esaltato sia i supporter
che i numerosissimi black metaller norvegesi, i quali hanno avuto modo di gustarsi
un pezzo di storia del metal.


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