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Introduzione a cura di Marco Gallarati
Report a cura di Luca Pessina, Marco Gallarati e Valentina Spanna
Summer Breeze Open Air: finalmente l’agognata, decima edizione!! Il festival
tedesco ormai secondo solo al potentissimo Wacken ha raggiunto, in questa edizione
2007, il suo picco di pubblico e affluenza, senza ombra di dubbio! Dopo gli otto
anni trascorsi nella boscosa Abtsgmund, tocca al borgo medievale dell’incantevole
Dinkelsbühl concedere il bis ai prodi guerrieri metallari, accorsi da tutta Europa
in numero davvero incredibile, appunto per festeggiare il decennale della manifestazione.
La tabella di marcia dei vostri intrepidi inviati è stata pressoché identica a
quella dell’anno passato, eppure la mostruosa mole di gente presente all’evento
ha fatto sì che fin dalla serata pre-festival, ospitante un concorso per band
emergenti e le prime, notturne esibizioni, la zona campeggio riservata alla stampa
venisse dichiarata sold-out… Niente paura, no problem, nessuna puzza al naso:
tra molestanti tedeschi canterini fino all’alba – con i quali per poco non si
rischiava l’incidente diplomatico a suon di minacce con il cric della macchina
– e gente che tranquillamente ha passato il festival sotto i gazebo fregandosene
altamente dei gruppi, la ciurma di Metalitalia.com si è mimetizzata nella massa
e ha compiuto il suo dovere come sempre. Definiremmo più che buone le condizioni
meteorologiche che hanno caratterizzato il Summer Breeze 2007: ‘soltanto’ un violentissimo
fortunale nella notte precedente la prima giornata ufficiale ha rovinato un po’
i piani di tutti quanti; in seguito, è stato un crescendo soleggiante, con pomeriggi
caldi e serate tra il fresco ed il freddo/umido. Stand a profusione, bagni chimici
in buone condizioni e puliti regolarmente, catering in tutte le salse ed etnie,
cubi d’acqua per cucinare e lavarsi sempre pieni: la solita efficienza tedesca
a pieno regime, anche se bisogna ammettere che, probabilmente, gli organizzatori
non avevano certo previsto un’affluenza così aumentata rispetto al 2006; piena
testimonianza di ciò, la coda chilometrica sviluppatasi lungo l’unica strada d’accesso
al campeggio del festival nella giornata di giovedì, che certamente avrà fatto
spazientire qualche centinaio d’anime… Qui sotto e nelle altre pagine web troverete
il report dei gruppi che abbiamo seguito con più attenzione, protagonisti di un
bill come al solito incentrato sull’estremo, il folk ed il gothic più commerciale.
Una formula che funziona e che ha ben pochi punti deboli. Via alla sfilata, dunque!



SWALLOW THE SUN
Quando gli Swallow The Sun calcano il palco alle due del pomeriggio, non c'è
fortunatamente quel sole a picco che ci si poteva aspettare, bensì una coltre
di nubi non troppo spessa e che si sta poco a poco aprendo. Suonare ad un tale
orario già non è semplice per una doom-death metal band, figuriamoci se poi c'è
da fare i conti con temperature estive. Aiutati quindi da delle condizioni meteorologiche
migliori del previsto (almeno per loro), gli Swallow The Sun aprono ufficialmente
la decima edizione del Summer Breeze con una mezz'ora di note possenti e disperate,
stando comunque attenti a dare spazio soprattutto alle loro composizioni più heavy
e ritmate. La presenza scenica del gruppo è ridotta ai minimi termini (forse sarebbe
stato meglio farli esibire sul più piccolo Pain Stage), ma tutti i membri, vocalist
compreso, fanno la loro parte senza strafare e brani come "Descending Winters"
e "Out of This Gloomy Light" riescono alla fine a lasciare il segno e a impressionare
piuttosto positivamente i presenti, molto entusiasti anche solo per il fatto di
essere finalmente riusciti ad entrare nell'area concerti. In sintesi, un discreto
show, quello degli Swallow The Sun: l'ambiente non era il più consono alla sua
proposta, ma il sestetto finlandese è comunque riuscito a cavarsela dignitosamente.


FEAR MY THOUGHTS
Per iniziare a far disperdere i grigi nuvoloni inghiottenti il Sole durante l’esibizione
dei Swallow The Sun, ecco arrivare sul palco del Pain Stage i feroci Fear My Thoughts,
dopo che nel 2006 un malanno del cantante li aveva costretti a saltare il festival
proprio all’ultimo momento. Mathias Von Ockl quest’anno è presente con tutta la
sua band, sebbene sia già stato sostituito – da settembre, però – con tale Martin
Fischer. Ebbene, nonostante suoni non pulitissimi ed il claudicante inizio di
“Accelerate Or Die”, i ragazzi di Friburgo sono andati in crescendo, mostrando
buone capacità nella mezz’oretta a loro disposizione. Su disco – bisogna ammetterlo
– sono completamente devastanti, mentre dal vivo rendono decisamente meno, ma
brani quali “Windows For The Dead”, “Blankness”, “In The Hourglass” e soprattutto
“Accompanied By Death” hanno fatto la loro decente figura. Da rivedere con calma,
comunque promossi!
IMMOLATION
"Veni, Vidi, Vici". Ross Dolan potrebbe sintetizzare in questa maniera l'apparizione
degli Immolation al Summer Breeze. Appena trenta minuti di concerto per il quartetto
americano, ma una furia e una resa sonora che tutti i presenti ricorderanno a
lungo. Dopo il compassato show degli Swallow The Sun e quello altalenante dei
Fear My Thoughts, si sente la necessità di una vera e propria sveglia nell'area
concerti. Presto detto, arrivano gli Immolation e dal palco principale riversano
sulla folla tutto il loro arsenale death metal, lasciando di stucco sia per la
precisione esecutiva, sia per l'imponenza dei suoni, davvero nitidi e pesantissimi.
"Passion Kill", "World Agony" e "Into Everlasting Fire" assumono rapidamente le
sembianze di vere e proprie badilate sulla testa degli sprovveduti accorsi di
fronte al Main Stage, tanto stupiti nel vedere un tale dispiego di energia, quanto
felici di poter assistere al primo vero grande concerto della giornata e dell'intera
decima edizione del Summer Breeze. In molti avrebbero voluto vedere la band esibirsi
più tardi e con maggior tempo a propria disposizione, ma pazienza, si è comunque
assistito ad uno spettacolo eccellente, che ha solo confermato come gli Immolation
abbiano ben pochi rivali nella scena death odierna.


THE BLACK DAHLIA MURDER
I The Black Dahlia Murder fanno simpatia soprattutto perchè, a differenza di
molte altre giovani band americane, non puntano affatto sull'immagine. Anzi, sembra
quasi che i nostri facciano di tutto per apparire il più trasandati possibile,
presentandosi sempre con barbe incolte, pantaloncini corti e pancia in bella mostra.
Ma siamo ad un festival metal, non a una sfilata di moda, quindi ben vengano gruppi
come i The Black Dahlia Murder, a maggior ragione se la loro proposta dal vivo
acquista dieci marce in più rispetto al CD! Il death metal del gruppo di Detroit
viene infatti accolto alla grande dal pubblico, impressionato in primis dalla
resa in sede live di pezzi come "Funeral Thirst", "Statutory Ape" e "Miasma",
ma anche dalle doti del drummer Shannon Lucas, precisissimo e molto groovy, e
da quelle del cantante Trevor Strnad, che passa dallo screaming al growling con
molta disinvoltura ed efficacia. Era la prima volta che i The Black Dahlia Murder
si esibivano al Summer Breeze e possiamo affermare che la band sia stata una delle
sorprese di questa edizione... in pochi si aspettavano uno show tanto concreto
e coinvolgente.


SUFFOCATION
Poche ore dopo la conclusione del devastante concerto degli Immolation, tocca
ai loro amici Suffocation riprendere il discorso, elargendo al pubblico un'altra
bella dose di death metal made in USA. Il quintetto si presenta sul palco senza
troppi giri di parole e con un Frank Mullen in gran forma e più ciarliero che
mai dà immediatamente via al massacro con alcuni dei brani più noti del proprio
repertorio. "Abomination Reborn" ricorda a tutti quanto sia valido il recente
"Suffocation", ma i picchi di maggiore intensità si raggiungono con i classici,
ovvero "Thrones Of Blood", "Pierced from Within" e "Jesus Wept", acclamati a gran
voce da ogni fan e in grado di aprire mosh pit di notevoli dimensioni ad ogni
break. Va detto che la band si prende qualche pausa di troppo tra un brano e l'altro,
ma, vista l'età di buona parte dei nostri e la comunque ottima riproposizione
di ogni traccia, nessuno tra i presenti fa fatica a perdonare i suddetti cali
di tensione, i quali comunque non sfociano mai in momenti di pura noia. Insomma,
gli anni passano (basta vedere i capelli del buon Terrance Hobbs, che ormai partono
dalla nuca!), tuttavia i Suffocation continuano a dimostrarsi vere e proprie macchine
da guerra on stage.



NEVERMORE
Dopo la discussa esibizione all’Evolution Festival, ci troviamo a trattare di
nuovo i Nevermore del redivivo (o no?) Warrel Dane. Quasi irriconoscibili senza
Steve Smyth (ora definitivamente fuori dal gruppo) e Jim Sheppard, Dane, Loomis
e Williams hanno tutto sommato soddisfatto il pubblico del Summer Breeze con una
performance tecnicamente buona ed energica. Nulla a che vedere con i massacri
di Immolation e Suffocation, certo, ma si sa bene quanto ostica sia dal vivo la
proposta dei pard di Seattle: fulcro di tutto il live-appeal dei Nevermore – da
sempre – è la voce di Warrel e le condizioni del singer al Summer Breeze sono
parse più che buone, soprattutto vedendolo allegramente roteare a braccia aperte
senza avere il minimo barcollamento… Tra una “Born” sparata a mille e una noiosetta
“I, Voyager”, hanno trovato spazio pure due chicche come “Deconstruction” (spaziale
l’assolo di Loomis!) e “No More Will”, quest’ultima in effetti quasi mai suonata
dal vivo. Fa specie l’assenza di brani tratti dal capolavoro “Dead Heart In A
Dead World”, ma tant’è, non ci piangeremo certo addosso. Buona prestazione, dunque,
sebbene i Nevermore da palco continuino a non essere totalmente entusiasmanti.



AMON AMARTH
Headliner della prima giornata del Summer Breeze Open Air sono i vichinghi svedesi
per eccellenza Amon Amarth, gloriosi alfieri della Metal Blade, promoter principale
del festival, e praticamente Dei in terra teutonica. Da giorni circolavano voci
su un’epica battaglia rappresentata on stage da Johan Hegg e compagni, in occasione
del concerto più magniloquente mai tenuto dal gruppo: cinquanta persone in pelle
di bue muschiato e foca sopra il palco, con spadoni, picche e solidi scudi, elmi
tricorna e barbe secolari… Ebbene, non è proprio stato così, però uno spettacolo
di prim’ordine è comunque ‘andato in onda’: il nero della notte più buia è stato
squarciato da una deflagrazione improvvisa e la prua di un minaccioso drakkar
ha scoperto il buon Johan quale capitano di nave, mentre la batteria ha stazionato
imperiosa nel bel mezzo della tolda della scenografia. Vampate di fuoco comandate
e sincronizzate hanno contornato con regolarità l’esibizione dei cinque svedesi,
mentre di tanto in tanto comparse in abiti vichinghi si impegnavano in combattimenti
alla spada molto spettacolari, seppur un po’ brevi. La band non si è risparmiata
ed in uno sfavillio di rosso, nero e arancio ha inanellato parecchie hit della
propria discografia, fra le quali “Valhalla Awaits Me”, “Pursuit Of Vikings”,
“Victorious March” e la conclusiva “Death In Fire”, a dir poco incendiaria grazie
agli splendidi giochi di fuoco. Di per loro non troppo pirotecnici, gli Amon Amarth,
grazie alle coreografie e all’ambientazione usate, hanno certamente tirato fuori
dall’elmo (il cilindro non gli si addice molto, in verità…) un concerto avvincente
e tutto da ricordare. Ottimi.



DEADLOCK
Prima di concedere le nostre già stanche membra ai piaceri cullanti della tenda
(?!?), ci permettiamo di fare visita al Partytent, un tendone posto fuori dalla
zona festival e vicino al catering della zona campeggio, per visionare almeno
la prima delle quattro band presenzianti alla Lifeforce Night, ovviamente dedicata
alla capace label tedesca Lifeforce Records. Nightrage, Fall Of Serenity e War
From A Harlot’s Mouth si esibiscono ad orari improponibili, perciò ci restano
i bravi Deadlock. Autori recentemente dell’ottimo “Wolves”, la band vegana capitanata
dal singer Johannes Prem è in netta ascesa e tanta era la curiosità di vedere
dal vivo la graziosa Sabine Weniger, novità principale del ‘nuovo corso’ del gruppo:
purtroppo la bassezza dello stage del Partytent è coincisa con quella di Sabine,
uno scricciolino di ragazza (davvero molto carina, comunque) che sembra centrare
poco con il metal-biz. Un’acustica deficitaria ha messo un po’ in ombra lo sbattersi
della band ed il suo melo-death epico-sinfonico: “As Words To Bullets”, “We Shall
All Bleed”, il singolone “Code Of Honor” e “Crown Of Creation” hanno però confermato
le capacità della formazione tedesca e soprattutto quelle della tappettina alla
voce, in “Awakened By Sirens” autrice poi di un finale solista da brivido. Certo
i Deadlock sono da rivedere, magari su di un palco molto più elevato. Altrimenti
date alla ragazza dei trampoli!!


DAGOBA
Il bel Sole che splende sulla seconda giornata del Summer Breeze ci accompagna
verso il primo show interessante, quello dei francesi Dagoba, rivelazione del
2006 in ambito death-black sinfonico. Solo mezzora mattutina per Shawter e soci,
ma utile a spaccare i timpani dei convenuti grazie ad un muro sonoro davvero potente.
“What Hell Is About” è il solo protagonista della performance dei transalpini,
ovviamente, ma questo basta e avanza per identificare i Dagoba non come una semplice
meteora transitante per caso nell’orbita del pianeta heavy metal. Gli effetti
campionati svolgono la loro apocalittica funzione e pure la voce registrata di
ICS Vortex in “It’s All About Time” non stona affatto. Tutto viene suonato bene
e con buona presenza scenica e del resto pezzi devastanti quali “The Man You’re
Not” e “Die Tomorrow (What If You Should?)” non richiedono molto per essere coinvolgenti,
se non l’essere eseguiti ad hoc e l’avere suoni discreti. Un notevole circle-pit
ha concluso lo show dei francesi, probabilmente meritevoli di posizioni più alte
nel bill della giornata.


ILLDISPOSED
Il metalhead medio tedesco va pazzo per il death metal più groovy e cadenzato,
quindi non c'è da stupirsi che una band comunque minore come gli Illdisposed venga
accolta da trionfatrice da parecchie centinaia di persone. Gli ultimi due lavori
dei nostri, "Burn Me Wicked" e "1-800 Vindication", hanno avuto un buon successo
da queste parti, di conseguenza mattonate come "Dark", "Still Sane" o "Shine Crazy"
danno vita a mosh pit e headbanging quasi come se fossero delle "Raining Blood"
o delle "Left Hand Path". Il gruppo danese di certo non brilla per presenza scenica,
ma può contare su un frontman esperto e simpatico come Bo Summer, sempre in grado
di aizzare la folla e di coinvolgerla a dovere anche nei passaggi meno catchy
e ritmati. Soprattutto a lui si deve il successo della performance di oggi, convincente
a tal punto che nel pomeriggio il Nostro verrà quasi violentato da una esagitata
fan nel bel mezzo del backstage! In Germania anche i più truci death metallers
diventano rock star!


DISILLUSION
La svolta stilistica messa in atto con il recente "Gloria" non deve aver lasciato
scontenti troppi fan tedeschi dei Disillusion: quando i nostri calcano il Pain
Stage, c'è infatti una folla piuttosto nutrita ad accoglierli. Sarà forse la curiosità
di vedere che tipo di scaletta proporrà la band, oppure semplicemente l'industrial
rock dell'ultima fatica ha convinto l'audience tanto quanto l'epic death metal
del debut... chissà, sta di fatto che i Disillusion si esibiscono di fronte a
parecchia gente, cosa che li galvanizza visibilmente e li fa suonare con molta
sicurezza e convinzione. "Alone I Stand In Fires", "Dread It" e "Avalanche", pur
essendo molto diverse fra loro, vengono accolte in maniera calorosa e, nonostante
il frontman stecchi qualcosina qua e là, generano cori all'altezza di ogni ritornello.
La band non convince pienamente giusto a livello di presenza scenica, ancora statica
e per certi aspetti acerba, ma è una cosa che alla fine non disturba più di tanto,
vista l'indubbia complessità di molte delle composizioni proposte. In definitiva,
un buon concerto, quello dei Disillusion. Ora vedremo che piega prenderà il loro
prossimo materiale... la curiosità non è poca.


HEVEIN
Posizionati tra due nomi apparentemente più interessanti, Eisbrecher (almeno
in Germania ben conosciuti) e Sirenia, i finlandesi Hevein hanno rischiato di
passare del tutto inosservati. Ed invece una piuttosto nutrita cornice di pubblico
ha accompagnato la loro esibizione, sufficientemente piacevole seppur non fulminante.
Per chi non se li ricordasse, i ragazzi scandinavi, nel loro unico “Sound Over
Matter”, uniscono la ferocia degli At The Gates alla melodia degli Amorphis, impreziosendole
con una sezione d’archi (violino e violoncello) piuttosto originale. La band deve
ancora migliorare on stage, soprattutto nella persona del singer Juha Immonen,
bravo ma un po’ troppo ‘atteggioso’, però è cresciuta con il trascorrere dei minuti
ed inoltre ha messo in mostra il bravissimo ex-Apocalyptica Max Lilja, un pazzo
scatenato che con il suo violoncello, oltre a fare headbanging e a muoversi indisturbato
per il palco, ha riproposto in maniera terribilmente fedele il famoso assolo di
Dimebag Darrell nella celebre “Walk”, coverizzata per l’occasione. Hevein, quindi,
confermatisi combo originale e anche abbastanza bello da vedere. Aspettiamo news
dallo studio, ora!


NECROPHOBIC
A causa di suoni non certo nitidi e ben bilanciati, lo show dei death-black metallers
Necrophobic a molti rimane impresso giusto a causa degli orrendi pantaloni di
pelle rossi sfoggiati da Sebastian Ramstedt e per la non meno esilarante giacca
di Tobias Sidegård. Un peccato, perchè il gruppo calca il palco con molta determinazione
e propone una scaletta davvero apprezzabile nel suo alternare nuove hit e classici.
La peculiarità del sound del quartetto di Stoccolma sono da sempre gli intrecci
di chitarra e purtroppo, nella quarantina di minuti concessa ai nostri, solamente
a tratti si riesce a distinguere del tutto ciò che viene vomitato dagli amplificatori.
Per fortuna, la band non ci bada troppo e suona come se niente fosse sino al termine
dello show, riuscendo comunque a regalare buone riproposizioni di "Blinded By
Light, Enlightened By Darkness", di "Eternal Winter" (suonata live per la prima
volta) e, soprattutto, di "Nailing The Holy One", uno dei grandi classici del
gruppo, cantato con grande trasporto anche da una buona fetta del pubblico.


END OF GREEN
Chiamati proprio negli ultimi giorni in sostituzione dei connazionali Crematory,
il cui cantante è fra l’altro stato visto aggirarsi nei pressi del mitico baracchino
‘Gepetto’s Pizzeria’, i tedeschi End Of Green vantano un buon seguito di pubblico
in madre patria, non altrettanto pareggiato dalla loro nomea all’estero. I gothic-rocker
guidati dal trendissimo Michelle Darkness (chi se li ricorda quando erano semplici,
umili allievi dei Paradise Lost più metallici?) hanno preso per mano gli astanti
accorsi al Pain Stage per condurli con bravura e savoir-faire attraverso il loro
stile orecchiabilissimo e melodrammatico, tanto sensuale quanto accattivante.
I ragazzi hanno proposto due brani nuovi, “Dead City Lights” e “My Crying Veins”,
assolutamente non diversi dal resto del loro spettacolo. Un po’ troppo pacati
e stucchevoli per i gusti del sottoscritto, gli End Of Green sono però risultati
utili nel risvegliarci dalla pena dei L’Ame Immortelle e nel proiettarci nel successivo,
solito, stravaccato show dei Finntroll. Solo per cuori goticoni e anime in depressione
costante.


BOLT THROWER
Come ogni offensiva che si rispetti, il concerto dei Bolt Thrower viene preceduto
da un bombardamento a tappeto da parte di artiglieria e aviazione. No, un momento,
ciò avviene solamente nella mente di chi scrive, che non vede l'ora di rivedere
all'opera uno dei suoi gruppi preferiti. In verità, il quintetto arriva sul palco
in maniera molto più sobria e pacifica, preceduto dal solito epicissimo intro
e con luci rosse a fare da contorno. "At First Light" dà fuoco alle polveri e
in men che non si dica l'area antistante al Main Stage inizia ad animarsi con
gente in preda all'entusiasmo. Si tratta del'unico show open air programmato dai
Bolt Thrower per quest'anno, quindi moltissime persone sono giunte al Summer Breeze
esclusivamente per assistere alla performance del gruppo inglese. I nostri lo
sanno bene e ripagano la calorosa accoglienza con un concerto superlativo, che
vede perle del calibro di "The Killchain", "The IVth Crusade", "Cenotaph", "No
Guts, No Glory" e "Remembrance" essere suonate in maniera impeccabile e cantate
ancora meglio da un Karl Willets che non perde mai occasione di incitare ulteriormente
la folla. Non si muovono troppo sul palco, i Bolt Thrower, tuttavia sia Willets
che Jo Bench, Gavin Ward e Barry Thomson riescono a emanare un carisma che ha
pochi eguali nella scena death metal odierna. Per tutta l'ora a disposizione del
gruppo non riusciamo a togliere gli occhi dal palco... non c'è respiro durante
lo show e ci si esalta per ogni singolo riff e melodia. Ci si chiede soprattutto
come faccia un gruppo che suona così di rado dal vivo ad essere tanto preciso
e affiatato... misteri del death metal. Sta di fatto che quando giunge il momento
dei saluti, ci si spella le mani per applaudire e la voglia di sentire qualche
altro brano è tantissima. Speriamo davvero che il successore dell'ottimo "Those
Once Loyal" non tardi troppo ad arrivare perché non si vede l'ora di poter ammirare
nuovamente il quintetto on stage.



POISONBLACK
Posizione più che onorevole quella riservata all’esibizione dei Poisonblack.
Nati in qualità di side-project, sono presto divenuti la principale e unica band
in cui il tenebroso Ville Laihiala, già vocalist dei defunti Sentenced, dà libero
sfogo alle proprie ambiziose passioni di compositore-chitarrista. Il compito che
si prospetta è arduo: tentare di coinvolgere il più possibile un pubblico che,
durante l’ora precedente, è stato letteralmente assorbito dalla strepitosa prova
dei Bolt Thrower. Ma Ville non è tipo da farsi intimorire e, all’occorrenza, sa
mettere da parte con decisione l’impenetrabile aplomb nordico. Sebbene la maggior
parte degli spettatori appaiano intenzionati a disertare il Pain Stage per ristorarsi
in vista degli show successivi, il singer dimostra immediatamente una grande energia,
supportato a dovere dal resto della formazione. Così, grazie a una performance
tutta in crescendo, i Poisonblack trascinano progressivamente un buon numero di
persone sotto il palco. Com’era ovvio, lo spettacolo è costruito principalmente
sui brani del secondo full-length “Lust Stained Despair”, pubblicato lo scorso
anno da Century Media, etichetta storica dei Sentenced che continua a nutrire
molta fiducia nelle doti di Laihiala. E non a torto, perché è senza dubbio il
suo carisma che risulta essere l’asse portante, nonché il valore aggiunto, del
gruppo finlandese. Gradita conferma, dal vivo c’è tutto il feeling ruvido sfoderato
sul disco, il dinamismo degli up-tempo affini a certe composizioni dei Sentenced,
la carica di cupa sensualità evocata dalle profondità della voce, in grado con
il tempo di raggiungere una coloritura maggiormente aspra e ancor più caratteristica.
Sempre fortunatamente al riparo dai toni troppo melliflui, gli elementi dark-goth
appaiono ben bilanciati a una sana aggressività, come dimostrano i pezzi in successione,
da “Rush” a “The Darkest Lie”, da “Nothing Else Remains” a “Hollow Be My Name”,
tra gli altri. Chi resiste al freddo notturno, fattosi glaciale a causa del vento,
può assistere a “Illusion/Delusion”, unica incursione nel precedente “Escapexstacy”,
e all’anteprima “Me, Myself & I”, manco a dirlo vero condensato del verbo
Laihiala! Non c’è che dire, l’atmosfera congeniale il singer se l’è creata su
misura e avanza sicuro, nonostante si produca nel doppio ruolo di frontman-chitarrista.
La giusta verve resta costante fino al termine dei quarantacinque minuti a disposizione,
quando viene annunciato l’estratto di chiusura, “The Living Dead”, che suggella
un’esibizione sicuramente soddisfacente all’insegna del legame inestricabile tra
piacere e dolore. I margini di miglioramento però esistono, specie per quanto
riguarda la possibilità di diventare una band coesa e trascinante dal vivo nella
sua totalità, piuttosto che un progetto troppo smaccatamente al servizio dell’individualità
che lo ha plasmato e che ne è il trascinatore, pur trattandosi di quel personaggio
che resta Ville Laihiala. A parte questo piccolo appunto sugli equilibri on stage,
in definitiva uno show riuscito e soprattutto un’ulteriore, importante affermazione
per i Poisonblack.



IN EXTREMO
Si giunge così, piuttosto in fretta, verso la conclusione anche della seconda
giornata del Summer Breeze e davvero pochi riuscirebbero ad avere dubbi su chi
abbia raccolto più gente sotto il palco durante la propria esibizione, nell’arco
complessivo della tre-giorni metallica: i patriottici beniamini In Extremo hanno
richiamato davvero una folla ragguardevole, attenta e ansiosa di ascoltare le
poderose note folkish del settetto germanico. Come per gli Amon Amarth ventiquattro
ore prima, anche per la band di Das Letzte Einhorn lo stage si è trasformato in
un oceano infuocato, con un enorme vascello ricostruito sulla fiancata, nel cui
centro ha stazionato la batteria, mentre fuochi d’artificio, fiammate, esplosioni
di coriandoli e coreografie di cornamusa e strumenti medievali hanno reso ancor
più attraente lo show del gruppo – peraltro da anni in grado di fornire simili
spettacoli. I pezzi famosi degli In Extremo non sono certo pochi e i ragazzi hanno
saputo alternare brani più veloci e ritmati, ad esempio “Spielmannsfluch” e “Nur
Ihr Allein”, con episodi catchy e orecchiabili (“Horizont”, “Kuss Mich”, “Liam”),
fino a giungere alle goliardate folk che i tedeschi tanto amano, fra le quali
“Herr Mannelig” e la conclusiva “Villeman Og Magnhild” sono risultate assolutamente
immancabili. Belle le parentesi solistiche affidate al gigantesco polistrumentista
Dr. Pymonte, abile a districarsi tra il pizzicato della cetra elettrica e le passeggiate
in zampogna al fianco dei compari Yellow Pfeiffer e Flex Der Biegsame. Tutto sommato,
un concerto più che soddisfacente, simile negli effetti a quello degli Amon Amarth,
ma completamente diverso per atmosfere e colori. Il rosso del sangue per gli svedesi;
quello del vino per i tedeschi. Prosit!



DARK FUNERAL
La seconda giornata del festival si chiude all'insegna della blasfemia, ovvero
con un concerto dei Dark Funeral sul Pain Stage, i quali si presentano sul palco
con face painting da battaglia, determinatissimi come al solito e addirittura
agghindati con armature! Le varie "King Antichrist", "The Arrival Of Satan's Empire"
e "An Apprentice Of Satan" esaltano i numerosi black metallers presenti, che non
perdono mai l'occasione di alzare in aria le loro corna e manifestare approvazione
tramite un headbanging prolungato. Emperor Magus Caligula e compagni ovviamente
gradiscono un tale responso e, dal canto loro, si impegnano a fondo per eseguire
i brani in maniera se possibile ancora più letale e veloce. Ne viene fuori un
concerto molto intenso e compatto, con protagonista assoluto il nuovo drummer
Nils Fjellström: più veloce, preciso e tecnico di tutti i suoi predecessori. Anche
questa sera, i Dark Funeral si sono quindi confermati una delle poche black metal
band in grado di offrire performance live degne di questo nome.


MACHINEMADE GOD
Dopo una notte insonne, compensata da una ricca colazione a suon di ciambelle
e cioccolata in un elegante bar di Dinkelsbühl, torniamo in tenda e alla zona
palchi giusto in tempo per gustarci l’esibizione dei Machinemade God, la prima
band tedesca metal-core della giornata (seguiranno i Maroon e gli onnipresenti
Caliban). In procinto di pubblicare il nuovo “Masked”, il gruppo guidato dal singer
Florian Velten ha messo in mostra un buon carattere ed un buon repertorio, anche
se non molto originale, come facilmente immaginabile. Bisogna dire che i brani
nuovi, fra cui sono stati eseguiti “Voices” e “Place Taken”, hanno un appeal decisamente
più melodico, visto anche l’apporto del chitarrista Sky Hoff alla voce pulita
– detto tra noi, i Caliban dovrebbero reclutarlo al volo, considerato le lagne
che il loro clean vocalist è solito proporre. Al contrario, episodi più ruvidi
e swedish-style quali “Teeth Vs. Curb” e “Kiss Me Now Kill Me Later” hanno ricordato
agli astanti come i breakdown da mosh siano ancora un chiodo fisso del gruppo.
Hanno fatto il loro dovere e certo possono crescere, soprattutto in una scena
già sotto i riflettori.


MAROON
Un po’ sottotono sono apparsi invece i poderosi Maroon, precursori del death-core
tedesco alla pari di Caliban ed Heaven Shall Burn. Non certo aiutati da suoni
parecchio confusi e poco calibrati, i cinque ragazzacci di casa hanno fornito
una prova più che buona per quanto riguarda il coinvolgimento del pubblico, con
un circle-pit finale davvero di dimensioni notevoli, mentre non si può dire lo
stesso dell’esecuzione dei brani e della resa sonora, purtroppo tra le peggiori
dell’intero festival. Il vocalist Andre Moraweck si è presentato on stage completamente
ricoperto di fango, mossa alquanto audace considerato il fatto che il fango impiega
pochissimo tempo a seccarsi sulla pelle; ed infatti, al termine della loro mezzora,
non è difficile immaginare l’immane doccia a cui si sarà sottoposto il nostro
buon singer! Con in arrivo sugli scaffali il nuovo “The Cold Heart Of The Sun”,
i Maroon hanno eseguito un brano nuovo, “My Funeral Song”, che non è sembrato
mostrare chissà quali variazioni di stile, mentre per il resto l’esecuzione di
buona parte dei ‘classici’ del gruppo ha soddisfatto i giovani seguaci del combo.
E’ mancata però “The Worlds Havoc”, la loro canzone più blasonata: ciò non ha
impedito al pubblico di massacrarsi comunque, ma la sua assenza è stata una piccola
delusione. Proprio come il nostro giudizio sul concerto al Summer Breeze dei Maroon.


BLITZKID
E giungiamo dunque al sorpresone del festival!! Sinceramente mai avremmo pensato
di trovarci a scrivere il report dello show di questi Blitzkid, dal monicker facilmente
confondibile con Blitzkrieg e piuttosto anonimo. Invece, posizionatici per curiosità
fra le scarne prime fila del Pain Stage, in cosa ci imbattiamo? In tre figuri
pittati e vestiti come novelli Misfits, in piena attitudine horror-punk, fra i
quali spiccano la mole enorme e la faccia bonaria del chitarrista TB Monstrosity
e la tossica magrezza del bassista Argyle Goolsby. Ebbene, i Blitzkid partono
a raffica e, almeno per quindici minuti, non profferiscono parola ma assaltano
con vigore e violenza impressionanti tutti i temerari presenti sotto il palco.
I due frontman hanno entrambi una voce spettacolare e danno spettacolo con i loro
strumenti, specialmente Goolsby, con il basso preso ad anfibiate, suonato non
a tracolla oppure dietro la schiena. Nei trentacinque minuti a loro disposizione,
i tre americani hanno conquistato pressoché tutti con la loro ferocia e la loro
simpatia, terminando lo spettacolo facendo pure salire un ragazzo a suonare il
basso per loro (‘Who can play the bass? It’s just three chords this song!’) durante
l’ultimo pezzo. Grandissimi!


DARK TRANQUILLITY
Concerto di routine per i Dark Tranquillity, ma non per questo poco convincente.
La band ha solo un'ora a propria disposizione, quindi non può permettersi chissà
quali esperimenti a livello di scaletta. Si sceglie come ovvio di proporre le
hit degli ultimi dischi e, grazie a dei suoni piuttosto buoni e alle corde vocali
di Mikael Stanne che si dimostrano in un buono stato di forma, i nostri danno
vita ad uno show per certi versi prevedibile, ma coinvolgente e sentito. "The
Lesser Faith", "Focus Shift", "Final Resistance", "Punish My Heaven" e "The New
Build" sono i brani che più riescono a entusiasmare i numerosissimi fan, ma l'intera
performance viene accolta da fragorosi applausi e incitamenti. Il gruppo svedese
è sempre più amato e suona ormai con una sicurezza degna dei grandi nomi degli
anni Ottanta: sempre precisissimo Anders Jivarp, puntuale Martin Brandstrom con
le sue tastiere, impeccabile la coppia d'asce Sundin/Henriksson (un pochino migliorati
anche sotto il profilo della presenza scenica) e gran trascinatore Michael Niklasson,
l'unico della band, assieme a Stanne, a interagire costantemente con l'audience.
Sessanta minuti che volano in fretta e che tutto sommato lasciano soddisfatti.
Ora speriamo che nel prossimo tour i nostri abbiano il tempo per proporre anche
qualche brano più vecchio e meno abusato!



SOULFLY
Sì, è vero, fa un po’ tristezza, dopo aver strabuzzato gli occhi di fronte ai
giochi pirotecnici di Amon Amarth ed In Extremo, vedere gli headliner definitivi
del Summer Breeze suonare in una cornice scarna, senza neanche il classico drappo
con il logo del gruppo e solo con una bandiera brasiliana e qualche elemento tropicale
a decorare il palco… Epperò la forza dei Soulfly non sta certo nella loro iconografia,
anche se qualche sforzo in più poteva essere comunque fatto: Max Cavalera fa parte
della storia della nostra musica preferita e, sebbene non sia più il ragazzino
di una volta, probabilmente avremo il piacere di vederlo fra noi anche fra una
decina d’anni, come ancora oggi apprezziamo con piacere i vari Maiden, Motorhead,
Slayer e compagnia ottuagenaria. La performance dei Soulfly non è stata enorme,
ma i loro pezzi, uniti ai soliti estratti dal glorioso repertorio dei Sepultura,
sono in grado di reggere un concerto, a prescindere dallo stato di forma della
band. Come al solito, Max e compari hanno messo in piedi uno show nichilista,
con poche pause parlate, vario e quasi confusionario: molte canzoni si sono accavallate
e mischiate fra loro, senza interruzioni di sorta, come nel caso di “Jumpdafuckup”/”Bring
It” e “Bleed/Tree Of Pain”, fra l’altro impreziosita dall’intervento di Richie
Cavalera, il figlio scatenato di Max. L’attesa “Roots Bloody Roots” è stata proposta
quasi subito, bissata più tardi da “Refuse/Resist”, “Attitude” e, nel caotico
finale, da “Inner Self”. Alcuni momenti solisti, opera dell’ottimo Marc Rizzo,
e un break percussivo con tanto di ospite tirato su dal pubblico, e successivamente
impazzito per la gioia, hanno spezzato la sequenza di brani, carica di groove
quanto di furia primordiale. Concerto non perfetto, quindi, per i Soulfly, forse
un po’ poco adatti a chiudere un festival quale il Summer Breeze, visti i riscontri
ottenuti le sere precedenti dagli altri headliner. Ora non ci resta che attendere
l’uscita del nuovo progetto di Max e Igor, The Cavalera Conspiracy, per sentire
nuovamente parlare del frontman brasiliano. Nel frattempo, non ci resta che fare
un ultimo spostamento di palco, per andare a trapanarci le orecchie con i Pain
di mister Tägtgren!



PAIN
I Pain cambiano formazione ad ogni tour, eppure non è mai capitato che i nostri
offrissero una performance scadente. Evidentemente il buon Peter Tagtgren è bravo
a circondarsi solamente di musicisti in gamba e a motivarli a dovere, tanto che
ogni volta che si assiste ad un loro concerto sembra di trovarsi al cospetto di
una vera e propria band, anziché di un semplice progetto solista. Chiamati, come
era prevedibile, a chiudere la decima edizione del Summer Breeze sul Pain Stage,
i Pain si esibiscono appena dopo i Soulfly e confermano la suddetta impressione,
rendendosi protagonisti dell'ennesimo divertentissimo concerto. Classici vecchi
e nuovi ("Shut Your Mouth", "Nailed to the Ground", "Zombie Slam", "Same Old Song",
"On And On", "End Of The Line") vengono suonati con grande perizia e trasporto
e il pubblico reagisce al meglio, dando vita ad una festa in cui tutti cantano
a squarciagola ognuno dei contagiosi ritornelli con cui sono farciti i brani del
repertorio degli svedesi. Come dicevamo, si respira aria di festa e, non a caso,
come ciliegina sulla torta, l'organizzazione del Summer Breeze sfodera nel finale
una lunghissima serie di fuochi d'artificio che lasciano tutti a bocca aperta.
Davvero un bel modo per festeggiare questo decimo compleanno.



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