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Recensione di Marco Gallarati
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Dopo l’esordio discografico su Peaceville, con l’EP “Symphonaire Infernus Et
Spera Empyrium”, il 1992 vede i My Dying Bride debuttare anche su full-length,
tramite l’ormai antico “As The Flower Withers”. Album antico, d’accordo, e soprattutto
imbastardito da una produzione non all’altezza, ma tuttora più che attuale e foriero
di spunti ben riscontrabili in parecchia produzione doom d’oggigiorno. Sarebbe
sbagliato, però, classificare questo disco soltanto in ambito doom, in quanto
la forte influenza che il death americano – soprattutto Morbid Angel e Death –
aveva allora sui Bride è certo rintracciabile nei solchi del disco. Infatti, alternate
alle classiche pennellate decadenti e in slow-motion della band di Bradford, troviamo
altrettante sezioni veloci ed arrembanti, pregne di malsano putridume ed efferatezza
death. Aaron interpreta i brani esclusivamente in growl, con la sola eccezione
del finale di “The Return Of The Beautiful”, mentre le originali partiture di
violino sono il tocco in più che riesce a dare classe e nobiltà ad un lavoro per
il resto molto grezzo e ‘diretto’. L’inquietante strumentale “Silent Dance” apre
le danze in modo morboso, simile per certi versi alle intro dei Cradle Of Filth,
ma privata della boria grandguignolesca della band di Dani Filth. La lunga “Sear
Me” è il primo brano storico del gruppo, tanto che verrà ripreso più volte nel
corso della carriera e stravolto in diverse versioni: il pezzo è magnifico ed
il testo in latino – sebbene pronunciato all’inglese, quindi un po’ ridicolo da
sentire – dona una cupa atmosfera a tutta la traccia. Segue “The Forever People”,
episodio che ancora oggi chiude degnamente i concerti del gruppo, una death metal
song con innesti doom che certamente va ad occupare uno dei posti in vista fra
le composizioni più violente dei My Dying Bride. “The Bitterness And The Bereavement”
e “Vast Choirs” si assomigliano abbastanza, due lunghi brani che ondeggiano tra
incedere melodici e pesantemente doomy e ferali accelerazioni death, sempre ammorbate
dal growl aspro e vomitevole di Aaron; l’atmosfera di dolore e dannazione è alta
in questi momenti, liricamente sempre a cavallo tra Bene e Male, senza mai dare
all’ascoltatore la possibilità di totale comprensione se la band sia devota al
Credo oppure blasfema nel suo renderlo vulnerabile alle forze maligne. La suite
di tredici minuti “The Return Of The Beautiful” rappresenta infatti la summa del
lirismo di un primitivo Aaron, epica e drammatica narrazione della lotta tra Dio
e Satana per la conquista carnale di Madre Natura, ovviamente con finale ambiguo
e sinistro. Chiude i giochi l’ottima “Erotic Literature”, anch’essa, come “The
Forever People”, condotta prevalentemente su ritmiche death, salvo poi rallentare
a centro traccia per uno stacco doom imponente. Un primo album, quindi, assolutamente
di valore, forse poco considerato se messo in confronto con la produzione immediatamente
posteriore dei Bride, ma che di sicuro è in grado di coinvolgere gli amanti del
doom più orientati verso il death. Marcio, proprio come un fiore che appassisce…
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Voto: 7.5
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