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Recensione di Marco Gallarati
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Rasenta la perfezione “The Angel And The Dark River”, terzo episodio sulla lunga
distanza per i My Dying Bride e consacrazione definitiva del combo originario
di Bradford. Due anni sono passati da “Turn Loose The Swans”, ma la maturazione
della band sembra non avere fine, procedendo spedita anche per quello che viene
solitamente riconosciuto come il capolavoro del sestetto. La prima cosa che salta
all’orecchio, fin dai primi ascolti, è la totale assenza del growl di Aaron, deciso
ad impostare la sua interpretazione sull’esclusivo uso del pulito drammatico e
teatrale, uno dei punti di forza più peculiari della Sposa Morente. Rispetto al
lavoro precedente, viene persa un po’ la vena progressive e ci si concentra maggiormente
sull’aspetto metallico delle composizioni, senza più tornare al death metal degli
esordi, bensì tramutandolo in riffoni più groovy e di stampo gotico. Anathema
e soprattutto Paradise Lost stanno anch’essi vivendo momenti di gloria e il movimento
inglese comincia ad assumere connotati decisivi. “The Angel And The Dark River”
va così ad occupare un posto di assoluto prestigio sia all’interno della scena
estrema e oscura, sia per quanto riguarda gli estimatori più ‘classici’ del metallo,
i quali si accorgono infine del valore di un gruppo così particolare e unico.
Grande merito di ciò va dato alla spettacolare “The Cry Of Mankind”, ancora oggi
brano-simbolo dei My Dying Bride ed in grado di commovuere anche a distanza di
anni: il pezzo poggia la sua struttura su di un riff dal sapore dolciastro e malinconico
e su tastiere gotiche dalla melodia suadente; Aaron declama un testo corroso e
decomposto dalla morte del Genere Umano, guidandoci attraverso un Inferno di gelo
straziante, ben rappresentato dalla lunga seconda metà della composizione, lento
e minimale percorso ambient. La grandezza del disco non si ferma però all’opener,
bensì prosegue fin da “From Darkest Skies”, introdotta da un basso spettrale e
pesantemente cadenzata, e “Black Voyage”, cupo viaggio attraverso i meandri della
Terra, dove manca la Luce e regna il putridume. “A Sea To Suffer In” è un altro
piccolo capolavoro, ricco di cambi di tempo e atmosfera e linee vocali più accattivanti
del solito, mentre “Two Winters Only” recupera l’appeal acustico di “Turn Loose
The Swans”, proponendo due lunghe strofe tristissime dal pallido incedere, alternate
ad esplosioni doom intense e vibranti. L’album termina con “Your Shameful Heaven”,
introdotta da un leggiadro incipit di violino e poi sferzata da potenti accelerazioni
gothic e slow-tempo rocciosi, sicuramente il pezzo più violento del disco. Un
lavoro che non ha bisogno di ulteriori descrizioni, ma soltanto di ascolti prolungati
e attenti. Fra i top album del genere, da avere assolutamente.
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Voto: 9.5
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