|
Recensione di Marco Gallarati
|
Di vero e proprio ‘ritorno alle radici’ si tratta “The Light At The End Of The
World”, sesto album dei My Dying Bride pubblicato ad appena un anno di distanza
dal precedente lavoro. L’effetto boomerang di “34.788%…Complete”, il nuovo intoppo
per l’assenza di un batterista e la fuoriuscita dal gruppo del chitarrista storico
Calvin Robertshaw – probabilmente il più artefice del rischioso esperimento passato
– fa decidere Aaron e restanti compagni per un nettissimo dietrofront, proteso
direttamente agli esordi del combo, essendo questo disco l’incrocio preciso delle
sonorità di “As The Flower Withers” e “Turn Loose The Swans”: ripristino della
voce growl, recupero del vecchio logo, artwork infernale e drammatico, ritorno
a partiture anche death metal e pochissimo uso di soluzioni acustiche e/o dark;
i ragazzi vogliono risultare più metal e oscuri possibile e diciamo tranquillamente
che ci riescono in maniera splendida. Le critiche per un evidente rifiuto alla
sperimentazione sono probabilmente giustificate, ma “The Light At The End Of The
World” non è una mera copia di quanto fatto ad inizio carriera, bensì la semplice
ripresa (e conseguente sviluppo) di strade abbandonate forse troppo repentinamente.
L’apertura di “She Is The Dark” è fenomenale, traccia completa, decadente ed aggressiva,
che si va ad innalzare fra le migliori all-time songs dei Bride, death-doom metal
della miglior specie. I pezzi si allungano di nuovo e composizioni quali “Edenbeast”,
“Christliar” e la particolare title-track permettono ai britannici di rinverdire
la tradizione che li associa a lentezza esecutiva e morbosa atmosfera. Stupisce
la violenza con pochi compromessi di “The Fever Sea”, nella quale terremoti death
si stringono attorno a riff cadenzati e sinistri, un altro dei brani-clou di questo
platter. C’è spazio anche per la melodia dolce e struggente, però, e la terza
rivisitazione di “Sear Me” (“Sear Me III”, appunto) è in fondo alla tracklist
per dimostrarlo: la canzone ha un ennesimo nuovo testo, praticamente non si riconosce
più, eppure il mood antico è quasi palpabile. Altri episodi rileggono in modo
più vario tutte le principali caratteristiche della Sposa Morente, mettendo in
mostra anche la bravura stilistica del nuovo drummer Shaun Steels, sentito all’opera
già su “Alternative 4” degli Anathema: “The Night He Died”, “The Isis Script”
e “Into The Lake Of Ghosts” completano un lavoro estremamente piacevole e convincente,
soprattutto per chi ha sempre amato la band albionica nella sua versione più estrema
e pesante. Non epocale, ma fondamentale per capire passato e presente dei Bride.
|
|
Voto: 9.0
|
|