MORTAL SIN
Mezzi intontiti dai concerti e dalle birre della sera precedente, ci tocca una
mezza levataccia per fare in tempo a vedere i Mortal Sin, thrash metal band australiana
da poco tornata con il discreto “An Absence Of Faith”. È quasi mezzogiorno e non
c'è molta gente davanti al True Metal Stage. La band, al grido "siete pronti per
un po' di thrash metal vecchio stampo?" attacca con la grezza ma efficace “Blood,
Death, Hatred”. Purtroppo i suoni non sono un granché e anche la coppia di chitarre
Nathan Shae-Mick Sultana nelle prime battute suona un po'imprecisa... sarà mattino
anche per loro. Le cose migliorano con il procedere dello show tra diversi estratti
dell'ultimo lavoro come “Dead Man Walking”, “Out Of The Darkness”, “Tears Of Redemption”
e la vecchia “Lebanon”. Il gruppo tiene bene il palco e il vocalist Mat Maurer
non risparmia un filo di fiato per ringraziare la vecchia guardia che popola le
prime file con braccia al cielo. “I Am Immortal”, traccia d'apertura di “Face
Of Despair”, precede “Mayhemic Destruction”, 100% thrash metal a tutta velocità
annata 1987.
Sebbene non si tratti di una delle punte di diamante del thrash e lo show sia
stato condizionato da un inizio un po' “barcollante” la band australiana non ha
certo deluso le centinaia di thrasher “old-school” presenti.
CYNIC
Nonostante l’orario tutt’altro che favorevole i Cynic trovano una discreta cornice
di affezionati ad attenderli sotto il palco del Party Stage e neppure la fastidiosa
pioggerella che annaffia presenti e terreno guasta un’esibizione tra le più riuscite
ed interessanti dell’intero festival. L’apertura della band statunitense è affidata
alla sempreverde “Veil Of Maya” e ovviamente la scaletta rimane zeppa di riferimenti
all’unico disco sin qui pubblicato dal gruppo: il leggendario “Focus”. Il leader
Paul Masvidal è in grande spolvero con la consueta precisione nelle parti di chitarra
e la caratteristica voce effettata che si inserisce tra i growl del nuovo arrivato
Tymon Kruidenier, mentre la sezione ritmica lascia letteralmente a bocca aperta
per lucidità in raporto alla difficoltà di esecuzione. Il death metal progressivo,
ricco di riferimenti jazz e fusion del quintetto statunitense non è certo immediato,
tuttavia la grande classe dei musicisti rende i 45 minuti di spettacolo assai
interessanti, grazie anche all’inclusione nella setlist di alcune canzoni tratte
dall’imminente “Traced In Air” che enunciano una vena maggiormente progressiva
e melodica tutta da seguire.
HEADHUNTER
Ensiferum o Headhunter? Bella domanda... come al solito al Wacken le coincidenze
giocano brutti scherzi ma, considerando che gli Headunter non sono certo soliti
a programmare date in Italia, optiamo per questi ultimi. Recentemente tornata
sulle scene con “Parasite Of Society”, la seconda band di Marcel "Schmier" Schirmer
(Destruction) condensa nell'ora a disposizione una serie di estratti sia dai primi
album, vecchi ormai di quasi vent'anni, che dall'ultima release. Ovviamente viene
dato parecchio risalto proprio a quest'ultimo lavoro, dal quale vengono pescati
diversi brani tra cui la poco brillante “Doomsday For The Prayer” e la più convincente
“Silver Skull”. Il gruppo, con Uwe "Schmuddel" Hoffmann alla chitarra e Jorg Michael
degli Stratovarius alla batteria, suona preciso e soprattutto Schmier appare particolarmente
a suo agio. La scenografia è praticamente inesistente e anche il pubblico è poco
numeroso e generalmente non molto coinvolto, fatto forse condizionato da una setlist
poco esaltante e da suoni poco nitidi, con una eccessiva preponderanza dei bassi.
La partecipazione dei soliti aficionados delle prime file induce comunque la band
a tirare fuori tutta la propria carica con “Parody Of Life”, titletrack del primo
lavoro datato 1990. Con il passare dei minuti i suoni migliorano ma la platea
fatica a scaldarsi. “Read My Lips” e “Payback Time”, sempre da “Parasite Of Society”,
non colpiscono tanto quanto “Force Of Habit” o la conclusiva e tiratissima “Signs
Of Insanity” da “A Bizarre Gardening Accident”. Il concerto si chiude tra gli
applausi ma la sensazione che rimane è quella di uno show poco più che modesto
da parte di musicisti abituati a riscuotere ben altri successi.
KAMELOT
I Kamelot approfittano di un temporaneo calo di pioggia per balzare sul palco
acclamati da numerosi fan. Le note di “Rule The World” rompono l’intro creando
subito scompiglio fra la folla, la band appare compatta ed affiatata mentre il
singer Roy Khan mostra i soliti pregi e difetti con interpretazioni superbe in
brani teatrali come “The Human Stain” o “Forever”, ma anche difficoltà nell’ esecuzione
delle powereggianti “Center Of The Universe” e “When The Lights Are Down”. Ottimo
riscontro arriva dalla splendida “Karma”, prima del gran finale con l’apparizione
sul palco di Simone Simmons (Epica) nel bellissimo duetto vocale di “The Haunting
( Somewhere In Time )” e l’intervento di Alexander Krull (Atrocity), a completare
le parti in growl di “March Of Mephisto”. Spettacolo gradevole quello offerto
dai Kamelot anche se non manca qualche sbavatura vocale da registrare meglio in
futuro.
SOILWORK
Quella dei Soilwork è una delle esibizioni più coinvolgenti alla quale abbiamo
assistito, merito di brani che racchiudono potenza e melodia allo stesso tempo,
ma anche di uno scatenato Speed Stird dietro al microfono che incita costantemente
i presenti a scatenarsi in micidiali wall of death e circle pit. Dopo l’apertura
affidata alla immediata title track dell’ultimo “Sworn To A Great Divide”, la
band svedese si inceppa con un’esecuzione tutt’altro che positiva di “As We Speak”,
con uno Stird in chiara difficoltà sulle parti pulite. Per fortuna questo risulta
l’unico passo falso all’interno di uno show come già anticipato di grande impatto,
ben interpretato dai musicisti in questione. Il repertorio promosso predilige
ovviamente le ultime uscite discografiche e raggiunge i momenti di maggior entusiasmo
con le riproposizioni di “Rejection Role”, “Stabbing The Drama” e “Exile”, mentre
canzoni più moderate come “Overload” sono l’ideale per recuperare un po’ di fiato
senza abbassare troppo i giri del motore. Resta il rammarico solo per la scarsa
attenzione che il sestetto svedese ripone nei confronti del repertorio più datato
dalla quale viene eseguita soltanto una per altro devastante “Bastard Chain”.
SONATA ARCTICA
I Sonata Arctica confermano lo stato di grazia mostrato nella recente esibizione
dell’Evolution con uno spettacolo che somiglia in tutto e per tutto a quello della
data milanese. La band finlandese si presenta sul palco con una scaletta pressoché
identica che le consente una prestazione sicura e priva di sbavature. Ottima l’apertura
affidata al binomio “Black And White” e “Paid Is Full”, così come i rimandi power
tratti dal primo disco “Ecliptica” che rispondono ai nomi di “Kingdom For A Heart”
e “Fool Moon”. Tony Kakko si dimostra in netto miglioramento sia sulle note più
alte di “The Cage” che su brani più rilassati come “Replica” o “Gravenimage”.
Tra i momenti di maggior suggestione spiccano le esecuzioni di “It Won’t Fade”
e “Don’t Say A Word”, perfette nell’evidenziare il salto di qualità anche dal
punto di vista compositivo che la band finlandese mette in mostra da qualche tempo
a questa parte.
OPETH
Sul calar del sole arriva il momento degli Opeth, protagonisti di uno spettacolo
che mette in mostra le consuete capacità tecnico-emotive del gruppo svedese. Il
death metal progressivo ricco di influenze rock interpretato dagli scandinavi
non è di assimilazione immediata, tuttavia i musicisti sembrano essere accolti
con discreto calore ed interesse dal numeroso pubblico presente nell’arena. La
prestazione si conferma di alto lignaggio con l’immancabile pulizia che contraddisdingue
i bellissimi stacchi tra le parti pulite e i frangenti più aggressivi. Akerfeldt
non sbaglia una virgola alla sei corde ed è estremamente preciso anche dal punto
di vista vocale, mentre tra un pezzo e l’altro intrattiene il pubblico con il
suo ormai famoso umorismo nordico. Senza macchia anche la prestazione degli altri
componenti con note di merito per una sezione ritmica di classe superiore. Anche
nella scelta delle canzoni gli Opeth si dimostrano intelligenti prediligendo composizioni
piuttosto aggressive come nel caso dell’opener “Demon Of The Fall” o di “Masters
Apprentice”. L’ultimo disco viene rappresentato da “Heir Apparent”, mentre spetta
al classico “The Drapery Falls” chiudere un concerto forse non per tutti, ma assolutamente
inappuntabile.
CHILDREN OF BODOM
Il poco esaltante ultimo studio album “Blooddrunk” ci aveva lasciato un po' di
amaro in bocca ma i Children Of Bodom, si sa, in Germania sono di casa e tra l'altro
a Wacken non hanno mai sbagliato un colpo. Alexi e compagni salgono sul un palco
e attaccano alla grande con “Sixpounder”, contornati da una scenografia composta
da carcasse di auto e bidoni di carburante. Dopo “Hellhounds On My Trail” e chissà
quanti "fuck", Alexi introduce “Silent Night, Bodom Night”. Di fronte al palco
si scatena il delirio e parte un crowd surfing tale che, piuttosto che godersi
lo spettacolo, viene più da guardarsi le spalle per paura che qualche peso massimo
tedesco ci piova in testa. “Follow The Reaper”, “Living Dead Beat”, una devastante
“Needled 24/7” fanno agitare ancor più un pubblico a dir poco stra-coinvolto.
La band è in forma e sbaglia pochissimo ma la primadonna è ovviamente Alexi, impegnato
sia nei suoi innumerevoli assoli fulminei che nelle sue altrettanto numerose imprecazioni
e agli altri musicisti non resta che fare da gregari. “Mask Of Sanity” innesca
un grande circle pit e su “Hate Me!” la partecipazione della folla raggiunge l'apice,
con Alexi che sorride nel vedere il pogo che si crea ogni qual volta le ritmiche
si fanno serrate. L'ora e mezza a loro disposizione è quasi terminata ma prima
di attaccare con la conclusiva “Downfall”, il frontman accenna “Umbrella” di Rihanna
con risata generale di quarantamila anime e “Jump” dei Van Halen che fa, ovviamente,
saltare tutti i presenti. Lo show, tra i migliori del festival, si chiude tra
effetti pirotecnici e urla di quella che i Children Of Bodom chiamano la loro
"Hate Crew". Una constatazione: sembra che tutta l'audience giovane presente al
Wacken stesse aspettando questo show, a giudicare dalla quantità di ragazzi adolescenti
o poco più che si allontanano dallo stage a fine esibizione.
THE HAUNTED
Dopo la scoppiettante esibizione dei Children Of Bodom non era facile mantenere
alta la tensione eppure i The Haunted vincono la loro piccola sfida grazie ad
una prestazione eccellente che ha sottoposto i malcapitati spettatori ad una serie
continua di pezzi devastanti, ripercorrendo l’intera discografia della band. Ottima
la resa sonora e la prestazione di un indemoniato Peter Dolving dietro al microfono,
puntuale nell’aizzare la folla tra pogo, wall of death e circle pit continui.
Alta tensione per le riproposizioni di “Hate Song”, “Shattered” e “Bury Your Dead”,
senza dimenticare brani più recenti come “Godpuppet”, “D.O.A.” o “The Medication”.
Prima della chiusura la band offre al pubblico un antipasto dell’ imminente “Versus”
(nuovo album in uscita a settembre), con due canzoni, rispettivamente “Moronic
Colossus” e “Trenches” che mostrano un ottimo impatto con un’attitudine che sembra
proseguire il discorso intrapreso dall’ultimo “The Dead Eye”.
CORVUS CORAX
Non conosciamo approfonditamente la band ma, memori della sua grande prestazione
al Wacken 2005, decidiamo di dare un occhio anche a questo show. D'altronde il
bello di Wacken è anche il poter assistere a concerti che altrove si tengono raramente.
Fortunatamente la nostra scelta si rivela azzeccata. Il palco - allestito con
gong, percussioni di vario genere e numerosi posti a sedere - dà un'idea di quanto
sta per iniziare. La band sale sul Black Stage di fronte ad un'affollatissima
platea, quando coro e orchestra sono già posizionati alle sue spalle e l'atmosfera
si fa subito intensa. Sia l'impatto visivo che quello musicale sono notevoli,
con le cinque cornamuse che si fondono con la sontuosa cornice sinfonica eretta
dall'orchestra e con le percussioni. Ogni movimento, ogni sguardo, ogni singolo
istante dello show appare studiato minuziosamente e si assiste in effetti ad uno
spettacolo teatrale oltre che musicale. Colpisce il contrasto tra i costumi le
musiche dal sapore arcano dei sette tedeschi, i vari strumenti antichi che si
alternano sul palco e il look moderno dei componenti, con creste e ciuffi colorati.
Notevole la sincronia con cui la band esegue brani quali “Numus”, dove le parti
corali si fanno più consistenti, o “Fortuna”, sulla quale la voce lirica di un
soprano è a dir poco impressionante. Oltre a brani da “Cantus Buranus I”, quali
“O Langueo” e “Rustica Puella”, il gruppo anticipa anche qualcosa dalla seconda
imminente parte, con soddisfazione dei fan più accaniti. Un grande concerto, particolare
e insolito per noi italiani, purtroppo non abituati a vedere (e accettare) ai
nostri festival anche band dal sound differente e non necessariamente metal.
AVANTASIA
Gli amanti del melodic metal e non solo vista la moltitudine di gente presente,
nutre grande aspettative dallo show degli Avantasia, noi un po’ meno perché abbiamo
poche settimane fa assistito allo spettacolo, per altro molto bello, della band
in occasione del Rockin’ Field di Milano. In effetti non ci sono grossi stravolgimenti
a parte un leggero taglio di scaletta per motivi di tempo e un guest d’eccezione
come Uli John Roth, magnetico alla sei corde durante l’esecuzione di “The Toy
Master”. L’inizio è affidato come previsto a “Twisted Mind”, palco dalla disposizione
immutata con le due chitarre di Sascha Peath e Oliver Hartmann (prezioso anche
ai cori) ai lati, doppiati alle spalle dal bassista Robert Rizzo e dalle tastiere
di Miro. Alla batteria si diletta l’Edguy Felix Bohnke, mentre sul palchetto a
fondo palco, spostate sulla sinistra troviamo le due coriste tra cui spicca la
bionda Amanda Somerville. Scenografia piuttosto semplice con la copertina dell’ultimo
episodio in primo piano. Lo spettacolo proprio nella fase iniziale subisce un
intoppo a causa del microfono di Jorn Lande che rimane muto durante l’intera riproposizione
di “The Scarecrow”, dal palco nessuno sembra accorgersene, nonostante dalla platea
il disguido limiti l’entusiasmo; appena la band riparte con “Another Angel Down”,
la situazione sembra non cambiare tra la rabbia generale, ma per fortuna dopo
la prima strofa la voce di Jorn torna a ruggire più che mai. Grande accoglienza
per “Reach Out Of The Light” tratta dal primo lavoro di Sammet che non si fa mancare
niente proponendo anche un episodio dal singolo “Lost In Space”, per la precisione
“The Story Ain't Over”, mentre “Shelter From The Rain” vede l’apparizione sul
palco di un sempreverde Bob Catley. A questo punto Tobias si mette a parlare in
“crucco”, sostenendo il fatto che si tratta della data tedesca del tour di Avantasia
e annuncia proprio “Lost In Space”, sempre affascinante nella sua semplicità rock.
Ampi consensi riscuotono anche “Avantasia” e “Serpents In Paradise” in cui Andrè
Matos affianca in maniera positiva un Sammet attento alla prestazione tecnica
senza dimenticare lo spettacolo scenico fatto di balletti improvvisati e continui
spostamenti da una parte all’altra del palco. Finale emozionante con “Farewell”,
che apre la parentesi solista della Somerville e regala il suggestivo finale fatto
di intrecci corali e una “Sign Of The Cross” mixata dal ritornello di “The Seven
Angels”, con tutti gli ospiti radunati sul palco a raccogliere i meritati consensi
di una platea in estasi.
GORGOROTH
A chiudere i battenti della seconda giornata wackeniana ci pensano i Gorgoroth,
la band norvegese che come ben saprete è dedita ad un black metal vecchio stampo
che abbraccia tematiche sataniste. Lo spettacolo si preannuncia di quelli da ricordare,
con un palco che sin dall’ingresso in scena dei musicisti presenta una scenografia
sui generis ispirata alla stessa che la band presentò, suscitando scandalo, nel
2004 a Cracovia. Teste di pecore sgozzate che circondano il palco e quattro croci
sulla quale vengono legati due uomini e due donne incappucciati e completamente
biotti a dispetto del freddo pungente che comincia a farsi sentire vista l’ora.
Quello che si preannunciava come uno spettacolo ricco di colpi di scena tuttavia
si trascina stancamente alla fine come un concerto piatto e un po’ noioso. La
band esegue i pezzi in maniera discreta quanto fredda, mentre il singer Gaahl
è in possesso di uno dei rantoli più brutti e ridicoli che ci sia capitato di
sentire in ambito di musica estrema. Poco propensa al coinvolgimento della platea,
la band scandinava si limita a suonare i pezzi senza rivolgere attenzione alla
nutrita schiera di fan all’attenzione dello spettacolo, limitandosi ad annunciare
talvolta il titolo della canzone di turno. Setlist comunque ben distribuita sulla
discografia della band con pezzi dall’ultima produzione “Ad Majorem Sathanas Gloriam”
come “Carving A Giant” e “Sign Of An Open Eye”, ma anche riferimenti al passato
con classici del calibro di “Profetens Apenbaring” e “Bergtrollets Hevn”, che
il pubblico dimostra di apprezzare.
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