Il seppur debole sole mattutino trasforma le nostre tende in qualcosa di approssimabile
ad un forno a microonde e la cosa ci invoglia a metterci in marcia in direzione
dell'arena per vedere di che pasta sono fatti i 3 Inches Of Blood. Purtroppo perdiamo
i primi due pezzi e arriviamo mentre la band canadese sta suonando “Trail Of Champions”.
I cinque musicisti suonano bene e colpisce il cantato altissimo di Cam Pipes che,
in tenuta parecchio defender, si alterna dietro al microfono con le vocals estreme
del cantante chitarrista Justin Hagberg. I due sono in perfetta sintonia e non
pesa più di tanto la mancanza dello screamer ufficiale Jamie Hooper, assente per
problemi alla voce. Ottima prestazione anche da parte della sezione ritmica Cates-Paerson,
travolgente sulle parti più tirate. Il pubblico non è ancora numerosissimo e la
proposta dei ragazzi non è proprio accessibile a chi non conosce i brani, ma lo
show convince sia noi che la stragrande maggioranza dei presenti. “Destroy The
Orcs” e “Forest King” rendono bene in sede live, anche se il pezzo più atteso
resta “Deadly Sinners” (comparso sul videogame Tony Hawk's Underground 2), brano
che viene intonato anche dalle retrovie. Non c'é che dire, è la prima volta che
vediamo i 3 Inches Of Blood e il giudizio finale è sicuramente positivo.
MERCENARY
La band danese è da poco uscita con il nuovo “Architect Of Lies” e siamo piuttosto
curiosi di verificare le capacità del gruppo in sede live. Fortunatamente il sestetto
ci ripaga con una prestazione molto buona, sebbene il Party Stage alle due del
pomeriggio non fornisca lo stesso effetto scenico dei due grandi palchi principali.
Il gruppo attacca con "Bloodsong", seguita da "Soul Decision" e "Execution Style"
dall'ultimo album. Ottima la performance del cantante Mikkel Sandager e l'alternanza
tra la sua voce pulita e il cantato estremo del bassista René Pedersen viene gestita
ottimamente. Tra i momenti migliori anche “The Endless Fall” e “11 Dreams”, che
vengono accolte con applausi dai parecchi fan presenti. Molto in rilievo, a tratti
anche troppo, le tastiere di Morten Sandager, mentre
le chitarre di Jakob Molbjerg e Martin Buus Pedersen in qualche occasione non
godono di un giusto bilanciamento. A parte questi difetti non dipendenti dalla
band abbiamo assistito ad un'altra esibizione positiva, sentita soprattutto da
una schiera di affezionatissimi fan nelle prime file ma che ha lasciato ricordi
positivi anche a chi non conosceva il gruppo.
EXODUS
Ritardati in scaletta a causa del forfait degli Stone Gods, gli Exodus di Gary
Holt si apprestano finalmente a salire sul True Metal Stage. La band dà fuoco
alle polveri con “Bonded By Blood” seguita a ruota da “Iconoclasm” dall'ultimo
“The Atrocity Exhibition...Exhibit A”. Manco a dirlo, in vicinanza del palco si
scatena il delirio, con la folla che si lancia in un pogo forsennato, seguito
dal primo di tanti circle pit. Seguono “Funeral Hymn” e “Lesson In Violence”,
quest'ultima accolta con un'ovazione. Gary Holt scarica sui presenti un intero
caricatore di riff e, anche se non siamo di fronte alla migliore incarnazione
degli Exodus, la resa è ottima, grazie anche all'attitudine del vocalist Rob Dukes.
Il cantante è abbastanza monocorde (il ritornello di “Children Of A Worthless
God” viene ad esempio cantato più sporco e più simile alle strofe
rispetto alla versione da disco) ma decisamente "incazzato" e coinvolgente. “Deathamphetamine”
è una mazzata nei denti, sebbene alla batteria non ci sia Paul Bostaph e Tom Hunting
la semplifichi soprattutto per quanto riguarda le scariche di doppia cassa. La
cadenzata "Blacklist" ci dà un attimo di respiro prima della “War Is My Shepherd”,
altro brano in cui l'audience si agita parecchio. Dopo due giorni di concerti
non possiamo fare a meno di paragonare il Wacken "multietnico" attuale a quello
del lontano 2000 dove il pogo praticamente era inesistente. Merito di noi mediterranei?
Probabile. Fatto sta che Rob Dukes è parecchio divertito dalla cosa e incita continuamente
la folla a fare più casino possibile. Il culmine lo raggiunge su “Strike Of The
Beast”, dove divide la platea in due e ordina un wall of death enorme con le due
schiere di fan che si scontrano a tutta velocità (date un occhio al video qui
sotto). “Shovel Headed Kill Machine” è l'ultimo colpo di coda di una bestia scatenata
che risponde al nome di Exodus, autrice di uno degli show più devastanti della
kermesse, soprattutto fisicamente.
CARCASS
Quello dei Carcass è senza dubbio uno degli spettacoli più attesi dell’intero
festival e la band anglo-svedese fresca di reunion non tradisce le attese con
una performance che risulta tra le più aggressive e sorprendenti dell’intero festival.
Jeff Walker si dimostra simpatico intrattenitore ed il resto della band lo segue
senza sbavature creando un muro sonoro di straordinaria compattezza e precisione.
Le asce, comandate da Bill Steer e Michael Amott, non fanno intravedere un minimo
di ruggine ed anche il nuovo arrivato Daniel Erlandsson (Arch Enemy) dietro le
pelli risulta essere perfettamemte integrato. La setlist è incentrata principalmente
sul leggendario “Heartwork” dalla quale vengono estrapolate versioni coinvolgenti
e precise di “Buried Dreams”, “Carnal Forge”, “This Mortal Coil” e “Death Certificate”,
senza dimenticare i pezzi più crudi risalenti ai lavori antecedenti come le straripanti
“Genital Grinder” e “Exhume To Consume”, tratte rispettivamente dall’esordio “Reek
Of Putrefaction” e dal successivo “Symphonies Of Sickness”. Grande entusiasmo
suscita la comparsa sul palcoscenico della singer degli Arch Enemy Angela Gossow,
autrice di uno spettacolare duetto in “Incarnated Solvent Abused”. Prima del finale
fa il suo ingresso sul palco Ken Owen, storico batterista della band reso invalido
qualche anno fa da un’emorragia cerebrale, salutato con un lungo e caloroso applauso
da tutti i presenti. Chiusura affidata ad “Heartwork” per il concerto estremo
più violento dell’intero festival.
WARBRINGER
Dopo la buona dose di thrash metal offertaci nel pomeriggio dagli Exodus decidiamo
di fare anche un giro sotto il tendone del fangoso Wet Stage per dare un ascolto
anche ai giovani thrasher californiani Warbringer. Il gruppo suona grezzo e punta
più sulla velocità che sulla precisione. Il loro thrash vecchio stampo, a tratti
di scuola americana a tratti europea, con primi Sodom e Kreator come riferimenti,
non impressiona più di tanto anche a causa dei suoni di chitarra un po'sporchi.
I momenti migliori arrivano con le velocissime “Total War” e “At The Crack Of
Doom”, abbastanza scontate ma efficaci. Il nuovo batterista Nicko Ritter non sbaglia
un colpo con la doppia cassa e anche il cantante John Kevill tiene bene il palco,
annunciando ogni pezzo con parecchia enfasi. E' anche autore
di una degna prestazione ma le linee vocali dei brani sono un po' troppo simili
tra di loro. Il gruppo è ancora un tantino acerbo quindi e sulle note
di “Combat Shock” ringrazia i presenti che non fanno mancare il loro supporto.
Il vecchio spirito thrash non manca di certo ai cinque ragazzi e vedremo se con
un po' di esperienza in più riusciranno ad essere più personali e convincenti
anche dal vivo.
KILLSWITCH ENGAGE
I Killswitch Engage sono una delle realtà più interessanti della scena metalcore
e su un palcoscenico presigioso come quello del Wacken, mostrano tutta la loro
bravura senza farsi intimorire dal muro di folla che assiste allo show. Come per
le band di genere comune che hanno suonato precedentemente, anche in questo caso
il singer Howard Jones incita continuamente il pubblico a laciarsi andare in selvaggi
wall of death, circle-pit e via dicendo, ottenendo responsi positivi da un’audience
particolarmente coinvolta. La partenza è affidata a “Daylight Dies” seguita a
ruota da “A Bid Farewell”, pezzi ad effetto che mostrano subito gli artigli nelle
strofe affilate senza dimenticare le squisite melodie dei ritornelli, interpretate
senza sbavature da un Jones in grande spolvero. Notevole successo riscuotono canzoni
di maggior impatto come “Rose Of Sharyn” e “This Is Absolution”, in cui il tarantolato
Adam Dutkiewicz alla chitarra compie numeri da capogiro. Splendido anche il finale
con l’emozionante “Last Searenade” cantata da tutti e una versione ficcante e
personale della celebre “Holy Diver”.
AT THE GATES
Altra reunion altro regalo, verrebbe da dire assistendo allo spettacolo degli
At The Gates: seguendo le orme dei Carcass, infatti, la band capitanata dai fratelli
Bjorler sfodera una prestazione di rara intensità e crudezza. Il singer Tomas
Lindberg non appare particolarmente interessato all’intrattenimento del pubblico,
preferendo annunciare sobriamente un pezzo via l’altro, non lasciando all’ascoltatore
neppure il tempo di riprendere fiato dopo l’ennesima sfuriata. Il risultato è
uno spettacolo massacrante, senza fronzoli, che ci consegna una band in perfetta
forma forse aiutata dal rodaggio compiuto nelle numerose date precedenti. La scaletta
è di quelle da leccarsi i baffi con un occhio di riguardo per il capolavoro “Slaughter
Of the Soul” suonato quasi interamente e tra cui citiamo la titletrack (posta
in apertura), “Under A Serpent Sun” e “Cold” tra le esecuzioni più belle. Particolarmente
graditi anche gli excursus sul materiale più datato della band come nel caso di
“Kingdom Come” e “Windows”, tratte dal debutto “The Red in the Sky is Ours”. Micidiali!
NIGHTWISH
Come sempre in terra di Germania riscuotono grande successo i Nightwish, la band
scandinava che ,nonostante la dipartita della frontman Tarja, non mostra cali
di popolarità, almeno a giudicare dall’entusiasmo con la quale viene accolta e
trascinata dal pubblico per tutta la durata dello spettacolo. La setlist è ovviamente
incentrata sull’ultimo disco “Dark Passion Play”, l’unico lavoro registrato con
la nuova singer Anette, dolce e sensuale nell’intrattenimento della platea, precisa
nell’interpretazione di brani come l’opener “Bye Bye Beautiful”, il singolo “Amaranth”
o la più articolata “The Poet And The Pendulum”. Le cose cambiano non poco allorché
la band si cimenta in canzoni tratte dagli album precedenti ed in particolare
quelle che richiederebbero una perlomeno parziale impostazione lirica. La nuova
cantante riadatta le suddette parti con la propria timbrica tipicamente pop-rock
in maniera discreta, lasciando alla resa finale vuoti pesanti sotto la voce potenza
e magniloquenza. Un esempio lampante sono le riproposizioni al di sotto delle
aspettative di “Wishmaster”, “Nemo” (soprattutto nella strofa) e “Dark Chest Of
Wanders”, mentre appare più che soddisfacente la riproposizione di “The Siren”.
Al di là di questo confronto obbligato che terrà banco ancora per qualche tempo
prima di finire nel dimenticatoio, i Nightwish mostrano un’ottima coesione con
il solito Marco Hietala protagonista al basso e nelle parti vocali più aggressive,
ben supportato dal leader Tuomas Holopainen, ancorato dietro delle coreografiche
tastiere futuristiche. Lo spettacolo viene supportato da continui giochi pirotecnici
e dallo straordinario impianto luci messo a disposizione di tutte le band che
rendono il tutto ancor più suggestivo, così da arrivare al roboante finale di
“Wish I had An Angel” in maniera scorrevole e godibile.
KREATOR
Ogni thrasher degno di tal nome non può non conoscere i Kreator (pena la scomunica
dalla categoria) e non può non essere in attesa del loro imminente nuovo album.
Infatti, dopo il fenomenale “Violent Revolution” e il successivo “Enemy Of God”
le aspettative sono alte e anche l'attesa per questo show si sente nell'aria.
L'inizio con “The Patriarch” è ormai un classico degli ultimi anni e “Violent
Revolution” segue a ruota con le immagini del rispettivo videoclip proiettate
sul fondo del Black Stage. Suoni perfetti, Mille in forma e prestazione da subito
compatta da parte degli altri componenti. “Pleasure To Kill”, una garanzia di
distruzione dal vivo, innesca l'headbanging tra i presenti e quando dalle amplificazioni
la musica si placa, non possono che piovere applausi. Ventor non sarà un mostro
di tecnica ma il suo drumming è preciso, così come la performance al basso di
Christian Giesler. Ovviamente è Mille che comanda la nave, appoggiato da Sami,
il cui guitar work è più convincente oggi che in passato. “People Of The Lie”,
“Extreme Aggression”, “Phobia”, pezzi abbastanza soliti nella setlist della band
ma sempre efficacissimi. Mille, avvolto dalla penombra ad ogni fine pezzo, urla
con rabbia i suoi proclama contro il razzismo, contro i governi e il sistema,
dando quel taglio politico tipico di uno show dei Kreator. Un circle pit si apre
come un vortice su “Betrayer” e da ora in avanti il moshpit si fa praticamente
costante. Il poker conclusivo “Reconquering The Throne” (capolavoro), “Impossible
Brutality”, “Flag Of Hate” e “Tormentor” è da infarto, con una resa sonora impressionante.
Poche storie, Mille Petrozza non sbaglia mai e anche questa volta sale a pieno
titolo sul podio del Wacken Open Air.
AXXIS
L’ora ormai tarda non sembra influire sulla grinta dei tedeschi Axxis che, supportati
da un buon numero di spettatori a dispetto della concomitanza con il concerto
dei Kreator, regalano un’ora di hard rock divertente e genuino. La band originaria
di Dortmund, trascinata dal carismetico singer Bernhard Weiß, dà vita ad uno show
coinvolgente che raggiunge il suo apice nello spassoso siparietto in cui il singer
medesimo invita on stage una fanciulla raccolta dal pubblico per supportare la
band con un tamburello durante l’esecuzione acustica di “Touch The Rainbow”. L’ottima
coesione e la giovialità delle note si propaga anche tra il pubblico che si lascia
coinvolgere con entusiasmo dalle note melodiche e accattivanti di “Doom Of Destiny”
e “Angel Of Death”. Finale senza cali di tensione con una bella versione del classico
“Kingdom Of The Night”.
LORDI
Ragazzi che progressione. Nel 2003 i Lordi erano appena arrivati all'esordio
con “Get Heavy” e suonarono sul Party Stage mentre oggi, dopo aver tra l'altro
vinto l'Eurofestival del 2006, la band finlandese è chiamata addirittura a chiudere
il Wacken sul True Metal Stage. Sono le due di notte e sulle gambe di tutti pesano
i tre giorni di birra e metal ma di fronte al palco c'è comunque una marea di
gente. I Lordi si presentano con i loro ormai celebri costumi "mostruosi" e partono
con “Bringing Back The Balls To Rock”. Grandi applausi già dall'inizio, altro
evidente sintomo che la band è ormai sulla cresta dell'onda, e ovazioni quando
sul finale di “Blood Red Sandman” Lordi tira fuori una motosega o quando, sulla
divertentissima “Devil Is A Loser”, il frontman spiega le ali
del suo costume. Sotto i pesantissimi travestimenti e i chili di trucco si nasconde
in realtà una band di musicisti di alto livello e lo show è infatti praticamente
perfetto non solo dal punto di vista scenico ma anche da quello musicale. Ovviamente
il "matador" è lo stesso Lordi con la sua voce abrasiva e le sue zeppe da trenta
centimetri, un grande personaggio. Bella sorpresa l'arrivo sul palco di Udo, idolo
personale di Lordi, su “They Only Come Out At Night”. Non potevano mancare “Would
You Love A Monsterman” e “Hard Rock Hallelujah”, con tanto di finale tra fuochi
d'artificio e chitarre che sparano scintille. Ottimo show senza dubbio, e successo
meritato per i cinque finlandesi.
Sono le tre di notte e domani ci tocca il rientro, ma ciò che è peggio è che
anche questo Wacken è andato. Il countdown riparte .... “- 365”.