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Introduzione In Flames: oggigiorno una delle band più discusse e criticate dell’intero panorama metallico europeo, non a torto bisogna dire, a causa di alcune recenti svolte musicali perlomeno discutibili, ma che in passato ha rappresentato sicuramente (e per certi versi rappresenta tutt'ora) un importante punto di riferimento per schiere di appassionati di heavy metal e formazioni alle prime armi; una band che ha contribuito in maniera decisiva alla nascita, la crescita e lo sviluppo del metal scandinavo, dando origine, assieme ai “cuginetti” Dark Tranquillity, a quel particolare sottogenere che viene definito con l’ormai abusato nome di “death metal melodico”; una band che ha saputo sempre rigenerarsi, nonostante le croniche instabilità di line-up dei primi tempi, plasmando dischi dal successo (commerciale) crescente e lasciandosi dietro un’orda di proseliti e seguaci che spudoratamente cercano di copiarne le gesta. Sebbene ora siano stati chiaramente abbacinati dalle Sirene d’Oltreoceano e siano diretti verso veniali Orizzonti di Gloria, riteniamo giusto dare la meritata importanza ad una formazione decisamente “fuoriclasse”, senza la quale di certo la Svezia non avrebbe raggiunto e quasi superato la Germania, nel ruolo di nazione-regina del metallo europeo...
Gli anni sotterranei
Gli In Flames nascono ben quattordici anni fa, nel 1990, quando Jesper Stromblad, allora nei seminali Ceremonial Oath, nei quali fra l’altro militarono anche Anders Fridèn, Oscar Dronjak (ora chitarrista degli Hammerfall) e Anders Iwers (poi bassista dei Tiamat, nonché fratello di Peter), decide di formare una nuova entità sonora, con precise ed innovative caratteristiche. Jesper, quindi, abbandona i Ceremonial Oath e, assieme ai giovanissimi Glenn Ljungstrom e Johan Larsson, fonda gli In Flames, andando a creare quello che sarà il nucleo portante della band nella prima parte della propria carriera: Stromblad alla batteria e alla chitarra, Larsson al basso e Ljungstrom all’altra chitarra. Il terzetto registra in quattro e quattr’otto un demo, spedendolo poi alla lungimirante Wrong Again Records: in men che non si dica, gli In Flames si trovano con un contratto firmato e con un disco pronto! E parliamo, ovviamente, dello storico “Lunar Strain”, platter in grado di unire alla perfezione la furia del death-black scandinavo primordiale al folk caratteristico di quelle regioni. Pregio assoluto di tale album è quello di avere, in veste di vocalist, l’allora chitarrista dei Dark Tranquillity, un ragazzino rispondente al nome di Mikael Stanne. “Lunar Strain” ha buon successo, ma i problemi relativi alla line-up sono solo all’inizio: per il successivo, transitorio mini-CD, l’oscuro “Subterranean”, i tre In Flames si avvalgono della collaborazione di alcuni special guest: essendo Stromblad deciso a dedicarsi esclusivamente alla chitarra, dietro le pelli sentiamo all’opera Anders Jivarp (Dark Tranquillity) e Daniel Erlandsson (ora negli Arch Enemy e fratello di Adrian, storico drummer degli At The Gates), mentre alle vocals si esibisce Henrik “Henke” Forss (ora cantante degli ottimi death-black metaller Dawn), quest’ultimo autore di una prestazione che ai palati fini farà storcere il naso, ma in possesso di uno screaming-style marcissimo e corroso. Il notevole folk-appeal di “Subterranean” desta le attenzioni della Nuclear Blast Records, rampante etichetta tedesca, la quale pone rapidamente sotto la propria egida gli In Flames, assicurandosi così, in un futuro ancora lontano, laute entrate commerciali. A questo punto, però, Jesper, Johan e Glenn devono per forza trovare elementi fissi, al fine di completare la line-up, registrare il nuovo album e partire per un probabile tour...
La maschera del jolly “Eternal grinning jester masque”: l’eterno sogghigno della maschera del jolly. Questa è la frase che gli In Flames stampano sul booklet di “The Jester Race” (e che poi riprenderanno anche in un testo di “Colony”), facente riferimento alla creazione di quello che sarà il loro “Eddie degli Iron Maiden”, ovvero la faccina maligna e sorridente del joker, la quale accompagnerà la band praticamente in tutte le uscite ufficiali, a partire dal 1996. Ed è proprio questo l’anno che vede l’uscita del disco ancor oggi considerato il più riuscito, forse, del combo di Goteborg, “The Jester Race” appunto. Colmate le lacune nella line-up, tramite l’inserimento di Anders Fridèn (dopo aver provato per un breve periodo anche Jocke Gothberg, ex singer dei Marduk e sentito anche nei Dimension Zero), passato nel frattempo dai Ceremonial Oath ai Dark Tranquillity, alla voce e di Bjorn Gelotte, pur egli nascendo chitarrista, alla batteria, la band è bravissima ad innestare le originali peculiarità folk ad un solido e parossistico death metal, già ben innervato però da concessioni alla melodia che rendono il tutto molto più accattivante, mantenendo comunque una durezza di fondo notevole. “The Jester Race” può venir tranquillamente considerato come uno dei primi veri esempi di melodic death metal e spalanca le porte del successo europeo al quintetto, da questo momento permanentemente in tour. Dopo un secondo mini-CD riempitivo, caratterizzato da un bellissimo picture-disc a forma di “jester” ed intitolato “Black-Ash Inheritance”, è la volta della release del terzo full-length album, l’acclamato “Whoracle”, nel quale le influenze ottantiane della band (Iron Maiden in primis) cominciano a venire maggiormente a galla, facendo coniare alla stampa specializzata il termine “power-death” per definire le bordate rocciose, ma pregne di melodia, caratterizzanti il sound proposto. “Whoracle” consegna alla Storia una band in ascesa verticale; ascesa che rischia però di bloccarsi repentinamente sul più bello, proprio quando, appena terminate le registrazioni, Glenn e Johan decidono di saltar giù dal carrozzone: a Jesper, Anders e Bjorn non resta che accettare le decisioni prese, rimboccarsi le maniche e cercare nuove braccia per affrontare gli imminenti tour; all’uopo, vengono reclutati due amici, il bassista Peter Iwers ed il chitarrista Niklas Engelin. Seguono un tour europeo ed il primo tour giapponese: al rientro da quest’ultimo, mentre Peter diventa membro ufficiale degli In Flames, Niklas getta la spugna, intenzionato a concentrarsi sulla sua band-madre, i Gardenian. E qui, finalmente, l’assetto della formazione riceve l’ultima, e per ora definitiva, rimescolata: Bjorn Gelotte passa al suo strumento preferito, la chitarra, e l’allora drummer dei Sacrilege, Daniel Svensson, va a sedersi dietro il drumkit. Con la nuovissima line-up, il combo svedese è davvero pronto a “colonizzare” il mondo...
Colonizzazione
“Colony” esce nella primavera del 1999 ed è il definitivo salto di qualità compiuto dagli In Flames: non troppo differente da “Whoracle”, anche nella struttura della tracklist, il nuovo platter beneficia di una produzione stellare e potentissima (come al solito, made in Fredman Studios) e mostra leggere variazioni nel songwriting, a volte aperto ad influenze più groovy, a volte più riflessivo. In breve, esso diventa la release più redditizia del gruppo e consente ai cinque di imbarcarsi in un tour mondiale di grande successo, comprendente anche gli Stati Uniti. A breve distanza di tempo, solamente dodici mesi, ecco uscire il successivo “Clayman”, album nel complesso non riuscitissimo, forse composto in fretta, e tendente troppo al metal classico, peculiarità che però consente agli In Flames di allargare molto la base di fan. Durante i tour di supporto a “Clayman”, c’è da registrare il momentaneo abbandono di Peter Iwers, rimasto in Svezia per stare accanto al figlio appena nato, e sostituito da Dick Lowgren degli Armageddon. Il 2001 vede il rientro in formazione del bassista ed un’altra serie di show da effettuare. Per ringraziare i fan di tutto il mondo, ma soprattutto quelli giapponesi, Paese nel quale gli scandinavi sono delle vere rockstar, Jesper e compagni mettono sul mercato l’appena sufficiente live-album “The Tokyo Showdown”, concludendo così la parte di carriera in cui probabilmente la band riesce ad ottenere i responsi più positivi e, soprattutto, unanimi. Fatto che, però, più non accadrà in futuro...
Deviazione di percorso
Due anni fa, infatti, la svolta: “Reroute To Remain” segna una decisa ed evidente sterzata verso sonorità americane, ricche di groove e contaminate da un briciolo di nu-metal, il quale basta a far storcere il naso a tutti gli ammiratori del gruppo detrattori di questo genere e, in particolar modo, ai die-hard fan. Le sperimentazioni vocali di Fridèn, iniziate in sordina su “Whoracle”, diventano ormai onnipresenti e il riffing, in certe occasioni, ricorda tremendamente quello degli Slipknot, senza parlare poi della produzione molto ribassata e cupa. La band rimane ancora legata alle origini death, ma è certo che il cambio di attitudine è stato ben evidente. Supportando e venendo supportata sempre più spesso da formazioni americane lontane dal metal puro e/o estremo, gli In Flames rientrano dai tour mondiali, pronti a comporre nuovo materiale, raccolto nell’ultimo loro vagito, intitolato “Soundtrack To Your Escape”, ideale prosecuzione del nuovo corso della band, ma per alcuni versi leggermente più piacevole del precedente. Tutto il resto è storia dei giorni nostri...
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