|
Recensione di Marco Gallarati
|
Anche per gli In Flames viene il turno di pubblicare un live-album: dopo cinque full-length, una popolarità crescente ed un tour mondiale di successo appena concluso, il momento sembra davvero propizio. Come parecchie metal e rockband hanno fatto in passato, anche il quintetto svedese sceglie di tributare i più grossi ringraziamenti al pubblico giapponese, proponendo, per il suo primo disco dal vivo, canzoni tratte dalle tre date nipponiche (Osaka, Nagoya e Tokyo) tenute nel novembre del 2000. Si sa, i fan asiatici vanno realmente pazzi per questo tipo di sonorità, e basti considerare le regali accoglienze con cui le band di maggior richiamo vengono onorate in quel Paese. La setlist è sufficientemente buona, anche se, ma questo è un vizio della band, alcuni fra i pezzi più datati vengono bellamente trascurati. La parte del leone la fanno le ultime release, in particolare “Clayman”, con cinque brani, e “Colony”, altrettanti cinque, considerando anche “Behind Space”, originariamente presente sul debut del gruppo. A ridosso il magistrale “Whoracle”, con quattro tracce, ed infine il penalizzato “The Jester Race”, rappresentato dalla sola “Moonshield”, un vero peccato! La resa sonora è discreta, anche se Anders Fridèn non sembra in grandissima forma e la potenza che gli In Flames emanano negli studio-album è una pallida rimembranza. Le chitarre sono mantenute ben divise (una per cuffia) ed è interessante scoprire, in alcuni passaggi, le piccole improvvisazioni di Gelotte e Stromblad (vedi proprio “Moonshield”, eseguita con qualche novità), mentre onnipresente è il battito della cassa di Svensson, spesso distraente l’attenzione dal resto delle evoluzioni sonore. La partecipazione del pubblico giapponese è messa in risalto soltanto a sprazzi, ovviamente negli spazi fra una canzone e l’altra, durante i quali Anders si diletta (non sempre) ad annunciare la song successiva, oppure in situazioni particolari, ad esempio quando, nel bel mezzo di “Scorn”, la band provoca l’esaltazione collettiva accennando “Raining Blood” degli Slayer. Inspiegabile, e parecchio irritante, la scelta di far iniziare il platter direttamente con l’opener “Bullet Ride”, senza neanche creare un minimo d’atmosfera, inserendo l’intro oppure qualche grido del pubblico... mah, trovate che lasciano a dir poco di stucco! Fra i brani di maggior appeal, si segnalano la graffiante “Food For The Gods” e le trascinanti “Only For The Weak” e “Colony”. Tutto sommato, un disco che avrebbe potuto essere realizzato con più cura ed attenzione, in modo da lasciare un tangibile ricordo di quelli che possono venir chiamati “i vecchi In Flames”. Concepito così, è un semplice resoconto di un concerto, non certo un tributo a quasi dieci anni di carriera sui palchi...
|
|
Voto: 6.0
|
|