SANCTUS INFERNUM - Sanctus Infernum
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SANCTUS INFERNUM - Sanctus Infernum
Tracklist
1.  Flesh Without Sin
2.  God Unto Myself
3.  The Journey Back
4.  Facing The Black
5.  Suffer
6.  Waking The Dead
7.  What Calm Is Without Storm
8.  Let It Be So

Recensione di Luca Filisetti
Qualcuno tra i lettori si ricorderà di Mark Anderson come del bassista dei mitici Manilla Road sugli album “Atlantic Rising” e “Spiral Castle”. Successivamente, era il 2002, non si era più sentito parlare di lui, almeno a livello internazionale. Ebbene, a sei anni di distanza dalla sua uscita dalla band di Mark Shelton, il nostro torna a farsi vivo con un progetto tutto suo e denominato Sanctus Infernum. Anderson in questo caso si occupa anche delle chitarre e viene affiancato da Chris Johnson alla batteria e da Ricky Vannatta dietro al microfono. Questo esordio omonimo è di quelli che lasciano il segno per coloro che amano le sonorità doom e death: la band, lungi dal proporre un doom death mortifero ed opprimente, cerca un approccio più creativo e personale e quello che ne esce è, a tratti, addirittura entusiasmante. “Sanctus Infernum” in sostanza è un album di violento doom sabbathiano, ma ammantato di quella marcescenza e di quell’alone malsano che avevano i primissimi lavori di Incantation, Asphyx e Morbid Angel. Scordatevi quindi la velocità, presente solo a sprazzi: qui è la pesantezza a farla da padrona. In un certo qual modo l’esperienza dei Manilla Road viene qui estremizzata e brutalizzata, ma è indubbio che le due band abbiano in comune un’anima musicale cupa ed ossianica. La produzione rende giustizia al lavoro dei ragazzi, permettendo di godere appieno delle composizioni grazie ad un sound profondo e ben bilanciato. La componente tecnica è messa giustamente in secondo piano, anche se certi assoli di Anderson sono eseguiti in maniera certosina. La sezione ritmica è attenta e puntuale, mentre Ricky Vannatta è dotato di un growling sporco e catarroso che ben si adatta alla musica del terzetto. Le otto tracce presenti nell’album sono tutte di eccellente fattura, con la sola parziale eccezione di “Waking The Dead”, forse troppo prolissa e un po’ pretenziosa a livello chitarristico, e dell’opener “Flesh Without Sin”, tutto sommato abbastanza scolastica. Da segnalare assolutamente la capacità dei Sanctus Infernum di mantenere desta l’attenzione durante i più di dieci minuti di “The Journey Back”, ricorrendo anche a degli ottimi passaggi acustici. In definitiva occorre prestare particolare attenzione a questo combo di Wichita, in quanto già con questo esordio ha dimostrato di poter entusiasmare sia i doomster più oltranzisti, sia i deathster più nostalgici: vi pare roba da poco?


Voto: 8.0