“Difatti Taylor non è di questo pianeta: atterrò circa cinque-sei anni fa a Boston, studiò al contrario il vocabolario americano e poi decise di entrare in una band metal”.
"Qualche anno fa mi sentivo totalmente slegato dalla realtà, come se stessi vivendo in un altro mondo. Avevo dei flash, vedevo il mondo attorno a me offuscato... era quasi come stare davanti a una televisione".
La storia dei colombiani DarkEmpire ha inizio nel 1996, anno in cui il chitarrista Jorge Oleas forma insieme all'altro chitarrista, suo fratello Adrian, i Lord Messiah. Il genere proposto è un robusto heavy metal ottantiano, ma col passare del tempo la band inizia ad introdurre nelle proprie canzoni elementi progressivi, tenendo conto della lezione impartita da maestri come Dream Theater e Symphony X. Oltre al cambio di genere, c'è da registrare il definitivo cambio di monicker in DarkEmpire. "Tracks On The Bloody Sands" è il primo lascito dell'act sudamericano e bisogna ammettere che come esordio non è davvero niente male. Questi ragazzi dimostrano di avere un gusto compositivo assolutamente sopra la media ed inoltre possono contare su capacità tecniche indiscutibili. In più di un momento si ha l'impressione che i DarkEmpire, se tutto andrà per il verso giusto, saranno in grado di fare cose davvero grandi ed importanti. Pezzi come l'opener "Tormentor", in cui l'irruenza dell'heavy metal ben si amalgama con la dolcezza della musica classica, o come "Foggy Eternal Night" dal vago sapore hard rock e divinizzata da linee vocali super, mettono subito in chiaro che qui abbiamo a che fare con dei ragazzi preparati e non fanno che ribadire il concetto di cui sopra. La lunga "Tracks On The Bloody Sands" è un autentico gioiellino in cui i DarkEmpire danno vita ad un pezzo estremamente vario, riuscendo a far coesistere riff classicamente Iron Maiden, spunti chitarristici figli del grande Blackmore, sonorità orientali e pennellate doom. Non sono da meno neanche la strumentale "Dementia", impressionante sia dal punto di vista tecnico che emozionale, e la Symphony X-oriented "No Way To Escape" segnata da un finale piano-voce da brividi. L'unico neo dell'intero lavoro risiede nella produzione impeccabile sul piano strumentale, ma deficitaria per quel che riguarda la voce. Carlos Montes dimostra nel corso di tutto l'album di essere in possesso di un'ugola notevole, avvezza a muoversi anche in territori lirico-operistici. Tutto ciò, invece di venire enfatizzato, viene praticamente offuscato da una produzione del tutto distratta, incapace di lasciare respiro ad un cantato che avrebbe avuto bisogno di un'ampiezza sonora di tutt'altra portata. Peccato per questo grosso difetto che non può che andare ad abbassare il voto finale di un lavoro per altri versi riuscitissimo.
Voto: 6.5
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