“Difatti Taylor non è di questo pianeta: atterrò circa cinque-sei anni fa a Boston, studiò al contrario il vocabolario americano e poi decise di entrare in una band metal”.
"Qualche anno fa mi sentivo totalmente slegato dalla realtà, come se stessi vivendo in un altro mondo. Avevo dei flash, vedevo il mondo attorno a me offuscato... era quasi come stare davanti a una televisione".
Già piuttosto noti nella marcia e super-underground scena grindcore, fatta di
innumerevoli split-CD, 7” e gloriose partecipazioni all’Obscene Extreme Festival,
i Grimness 69, paladini tricolori, debuttano su full-length grazie alla spagnola
Grotesque Prod. e tramite un bel dischetto di feroce e nichilista grindcore politically
scorrect. I riferimenti sono più o meno i soliti, in quanto, senza entrare troppo
nel frammentario specifico della geografia grind, possiamo tranquillamente segnalare
Napalm Death, Cripple Bastards e Anal Cunt quali le principali coordinate del
sound dei Grimness 69. Non si va proprio sparatissimi in questo “Grimness Avenue
69”, ma l’atmosfera di base è inequivocabilmente quella che si dovrebbe respirare
in questo tipo di prodotti: produzione buona ma underground – solo un po’ sovraccarica
– cambi di tempo azzeccati e al punto giusto, rasoiate no compromise da poco più
di un minuto, interscambi di voci tra screaming e growl, attitudine punk distruttiva
à la Discharge, attimi di follia perversa, titoli e testi non proprio da bon-ton
(“Piss Not Peace”, “My Mongoloid Girlfriend”, “Medjugore Satan Devastation”).
Unica eccezione alla regola risulta essere la ‘mosca bianca’ “Doomsday Carillon”,
un brano praticamente doom-grind che si inerpica su di un riff cadenzato, si risveglia
a sprazzi e ci delizia morbosamente per ben sei minuti! Segnalata la copertina
particolarmente intrigante e ben fatta (non è una battuta), non ci resta che promuovere Lord Nuclear
Ripped Pig, Emperor Tetsuo Hirashi Mitakawa e Jesus Christ Hooker con una bella
e abbondante sufficienza. Per grind-assuefatti ma non solo.
Voto: 6.5
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