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Dopo aver pubblicato il debut album tre anni orsono, i deathster olandesi Vermin rilasciano, sempre tramite la Deity Down, questo secondo capitolo intitolato “Define: Divine”, con il quale cercano di dare maggiore compiutezza al loro sound. I nostri seguono solo parzialmente i dettami della mitica scena estrema dei Paesi Bassi, preferendo andare a pescare nel repertorio statunitense di band quali Cannibal Corpse e Suffocation. Nella bio si accenna al fatto che tra le influenze dei ragazzi sono riscontrabili anche i nomi dei The Dillinger Escape Plan e di diversi loro epigoni: ebbene, crediamo che questo sia stato un modo furbo per dire che nel loro death metal vengono introiettate alcune componenti core e groove che lo rendono più appetibile e moderno. Nonostante ciò, però, i dieci brani contenuti nel lavoro sono abbastanza scontati e banali e non riescono a rimanere impressi nella mente, né a colpire nel segno nemmeno dopo numerosi ascolti. Dopo un intro slayeriano di buona fattura, infatti, la band si perde inseguendo una proposta che vorrebbe essere brutale, tecnica e catchy allo stesso tempo; la realtà dei fatti è che la noia si impadronisce da subito dell’ascoltatore e non lo molla più fino alla fine. Il songwriting è piuttosto sciatto e si serve delle solite strutture del death floridiano per cercare di impressionare l’ascoltatore, non riuscendoci. Forse l’unico brano degno di nota è “Nucleus”, che se non altro offre un discreto lavoro di chitarra solista. Il resto potrà forse compiacere i deathster meno scafati in virtù di un’indubbia potenza esecutiva, che però sta li a coprire un vuoto di idee che andrebbe sicuramente riempito al più presto.
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