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La prima sensazione che si ha guardando l’artwork di “12 Tales In The Life Of Mr. Someone” è una grande confusione! L’esordio degli Steel Flowers infatti non gode di una grafica particolarmente azzeccata e non riesce a comunicare nulla delle intenzioni musicali della band. Il lavoro, come si evince già ad un primo ascolto, è basato su di un classico hard rock ottantiano di stampo americano, ai quali i ragazzi aggiungono intelligentemente partiture mutuate direttamente dai seventies e, più precisamente, dai Deep Purple. I brani migliori sono appunto quelli maggiormente votati agli anni settanta, con tanto di Hammond in primissimo piano ad opera di Uzzo: stiamo parlando dell’opener “When The Future Is Now” e soprattutto di “Smash The Fellow”, che ripesca addirittura i Purple più ostici di “Fireball”, con tanto di break centrale gustosamente psichedelico. Altri episodi sopra la media sono il divertente hard boogie di “Summer Tale” e il roccioso hard rock ottantiano di “Antithesis Of Being” che a tratti ci ha ricordato l’Alice Cooper meno cupo. Poi però quasi più nulla. Delle tre ballate presenti sull’album non se ne salva nemmeno una, in quanto non riescono a trasmettere quel feeling indispensabile per composizioni di questo tipo; i rimanenti brani si barcamenano tra momenti energici ma inconcludenti, come “Against The Fanatics” e “That Bitchy Witch”, che già dal titolo si rifà ai Guns ‘n’ Roses, ed altri fin troppo prolissi e zuccherosi (“Cover Girl”). La prova dei singoli musicisti è nella norma, con il solo Yano che a tratti fa pulsare a dovere il suo basso e rivitalizza le composizioni. Il singer Alessio D. Riz, ideatore del progetto qualche anno addietro, ha un’ugola che richiama alla mente il grandissimo e sottovalutato Jeff Keith dei Tesla ma, al contrario di questo, offre una performance solo a tratti convincente e non riesce ad evitare anche delle stecche, come sul finale di “Night Queen”. Gli Steel Flowers si cimentano quindi con un genere nato per divertire ed intrattenere, ma non hanno ancora la stoffa per fare né l’una né l’altra cosa e di conseguenza il risultato finale è un album parecchio altalenante che riesce a convincere solo in pochissimi episodi. Sicuramente sarebbe stato meglio presentarsi sul mercato con un mini contenente solo i brani più riusciti. Peccato, sarà per la prossima volta.
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