"Se Ozzy sentiva la voglia di cambiare, aveva il diritto di farlo. Io gli voglio molto bene, mi ha aiutato molto in passato e se sono qui, oggi, lo devo in gran parte a lui!”
Thrash doom progressivo…che razza di definizione! Eppure, per assurdo, è quella
che meglio riassume tutte le peculiarità dei bergamaschi Aleph, giunti con questo
“In Tenebra” all’esordio sulla lunga distanza, dopo anni passati a calcare i palchi
di mezza Italia e dopo continui cambi di line up. Semplificando all’osso la definizione
iniziale, si può banalmente dire che i ragazzi propongano un heavy metal pesante
e tecnico che trova i suoi massimi riferimenti in Sadist (periodo “Tribe”), Pain
Of Salvation, Wolverine e Black Sabbath. Non sempre però gli Aleph danno concretezza
alla loro proposta: infatti, data anche la lunghezza eccessiva di certe tracce
(con “Mother Of All Nightmares” si passano i dieci minuti), i ragazzi si perdono
in stacchi inutili che appesantiscono le composizioni e nulla più; ad esempio
in “Unfaithful” il bridge centrale quasi fusion è certamente pregevole, ma alquanto
inutile nell’economia di un brano che di base è un mid tempo thrasheggiante ed
oscuro. In secondo luogo le tastiere di Giulio Gasperini troppo spesso sono poste
in primissimo piano, togliendo spazio alle splendide chitarre di Lorenzo Fugazza
e Dave Battaglia, quest’ultimo anche singer. Per concludere con i lati negativi,
la voce del cantante non sempre è all’altezza, risultando piuttosto anonima, seppure
bisogna ammettere che l’alternanza di parti cantate e declamatorie funziona piuttosto
bene. D’altro canto troviamo una band matura e dalla tecnica ottima, con dei solismi
di prim’ordine. Nonostante quanto detto sopra, è un piacere ascoltare il piano
di Giulio in frangenti quali il solo centrale di “Depths”, squisitamente progressive
e dotato di un’andatura che farebbe invidia ai primi Pain Of Salvation. Splendido
anche il riffing doomeggiante e sulfureo che ammanta più di un brano lungo tutto
il lavoro e buona anche la reprise di “The Fallen” cantata in italiano, mentre
invece la conclusiva “Acid Tears” si rivela essere una lunga e tirata thrash song,
ben composta e suonata ma piuttosto fuori luogo nel complesso, nonostante alcuni
break tastieristici pregevoli. Gli Aleph vanno assolutamente tenuti d’occhio:
la loro proposta è stimolante ed ha pochi eguali in Italia. Diamo loro il tempo
di sviluppare meglio le idee e di correggere i difetti (peraltro non strutturali)
indicati in precedenza e ci troveremo davanti ad una band fenomenale. Per ora
“solo” bravi.
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